“Mentre io e Sacko eravamo sul tetto della struttura attenti a smontare alcuni pannelli, udivo un colpo di fucile che ci allarmava e che ci faceva subito scendere dal tetto”. Inizia così il racconto di Madhieri Drame, uno dei due maliani che si trovava assieme Soumaila Sacko durante la sparatoria avvenuta il 2 giugno nelle campagne di San Calogero. Le dichiarazioni del testimone sono state inserite nel provvedimento di fermo che ieri ha portato all’arresto di Antonio Pontoriero, l’agricoltore di 43 anni arrestato per l’omicidio del bracciante africano morto perché stava prendendo delle lamiere che poi sarebbero servite a costruire una baracca nella ghetto di San Ferdinando. In attesa della convalida da parte del gip e dell’esito dello stub, la testimonianza del maliano ferito è uno degli elementi più schiaccianti contro l’indagato.

“Voleva spararmi” e “poi si è avvicinato”
“Ho notato – è sempre il verbale di Drame – un uomo a distanza, in posizione sopraelevata, che ci osservava da seduto puntandoci il fucile contro. Io avvertivo subito il mio amico Sacko in modo che ci potessimo riparare dall’esplosione di ulteriori colpi. Mentre io comunicavo a Sacko, un altro colpo di fucile lo colpiva la testa e lo faceva cadere per terra procurandogli la perdita di sangue. Io riuscivo precipitosamente a ripararmi dietro un muro al fine di evitare di essere attinto. Nel fare ciò notavo che l’uomo che puntava il fucile si spostava per avere una migliore visuale della mia sagoma e quindi per cercare di spararmi contro. Nel frattempo l’altro mio connazionale, Fofana, stava trasportando alcuni pannelli verso l’uscita dello stabilimento”.

“Gli ho chiesto il permesso di avvicinarmi al mio amico”
Proprio quelle lamiere hanno salvato il secondo bracciante: “Anche lui – prosegue Drame – veniva attinto da colpi di fucile che fortunatamente non gli provocarono alcun danno fisico in quanto riparato dai pannelli”. Vicino all’ex Fornace, sotto sequestro, c’è un casolare dove vivevano altri due migranti. È lì che Drame si è precipitato per chiedere aiuto. Ed è sempre lì che, pochi minuti dopo, l’uomo che lui ha visto imbracciare il fucile e uccidere il suo amico si è avvicinato come se nulla fosse: “Mi accorgevo che indossava gli stessi indumenti di colui che aveva poco prima sparato. Poiché era mia intenzione soccorrere il mio amico Sacko. Per timore che quell’uomo potesse ancora una volta esplodere dei colpi nei miei confronti gli chiedevo il permesso di avvicinarmi al mio amico ferito per soccorrerlo. Mi diceva, alzando le mani, che lui non avrebbe fatto niente e alla mia richiesta di prestare il suo aiuto per portare con l’auto la persona ferita in ospedale lo stesso si rifiutava dicendo che non voleva sapere niente. Dopodiché l’uomo saliva bordo della sua auto per allontanarsi definitivamente da quel luogo in direzione Vibo. Ho notato anche un particolare che la macchina con la quale si allontanava riportava come primi elementi le seguenti lettere di targa: AW”.

L’attività di indagine condotta dai carabinieri ha consentito, però, al procuratore Bruno Giordano e al pm Ciro Luca Lotoro di raccogliere anche altre prove contro Antonio Pontoriero, nipote di uno dei soggetti coinvolti nell’inchiesta che alcuni anni fa aveva portato al sequestro della fabbrica di mattoni, l’ex Fornace, utilizzata pure come discarica di rifiuti tossici provenienti dalla centrale Enel di Brindisi. Nonostante quel vecchio provvedimento giudiziario e la mai avvenuta bonifica, l’intera area apparentemente abbandonata in realtà era diventata “una sorta di deposito – è scritto nel provvedimento di fermo – a disposizione di chi, come i Pontoriero, sono possessori dei terreni tutti intorno all’ex Fornace. Difatti come riscontrato in un’annotazione del Nucleo investigativo di Vibo Valentia, le lamiere e i mattoni presenti nel terreno sotto sequestro sono identici con quelli utilizzati per costruire un rinforzo al tetto del casolare diroccato sito in località Tranquilla (sempre a San Calogero, ndr), sia con altre lamiere utilizzate presso i capannoni adiacenti il ristorante “Spirito di Volpe” di proprietà di Pontoriero Luciana”.

L’intercettazione: “Dobbiamo trovare il giornalista giusto”
Quest’ultima, infatti, è la sorella dell’arrestato intercettata con altri familiari nel tentativo di “concordare – scrivono i pm – le versioni da dare in merito all’utilizzo dell’autovettura” Fiat Panda sequestrata al fratello e utilizzata per l’omicidio dell’attivista dell’Usb Soumaila Sacko. A proposito, per gli inquirenti, diventano utili le frasi registrate dalla viva voce di Luciana Pontoriero: “Io non gli ‘canto’ niente…gli dico che mio fratello è un lavoratore… di altro ho la facoltà di non rispondere. Giusto zio?”. Lo zio è Francesco, lo stesso coinvolto nell’inchiesta sull’Ex Fornace, che intercettato anche lui è appare adirato con il nipote perché i carabinieri hanno rinvenuto il bossolo “sputato” dal fucile dopo il colpo con cui ha ucciso il migrante. Secondo lo zio quel bossolo andava fatto sparire. “Adesso mi salgono i cazzi con queste cose. – dice Francesco Pontoriero –  Quando sparano, tolgono il colpo… Toglilo questo colpo”.

Ormai quello che è fatto è fatto. È morto un migrante e la notizia è andata sulle prime pagine dei giornali nazionali e su tutti i telegiornali. Dalla conversazione emerge “la preoccupazione della famiglia in ordine alla rilevanza mediatica che il fatto sta prendendo”. Vibo Valentia: “Dobbiamo trovare il giornalista giusto”. È il consiglio dello zio Francesco subito accolto dalla nipote Luciana: “Eh… Lo paghiamo!”. “Si giusto… questo si… Adesso vediamo le cose come vanno qua!”. “Si adesso vediamo! Adesso ci sta troppo movimento”. “Mi salgono i ‘cazzi’”.

Gip: “Pericolo di inquinamento di prove da parte di Pontoriero” – Il gip di Vibo Valentia, Gabriella Lupoli, non ha convalidato il provvedimento di fermo emesso dalla Procura. Antonio Pontoriero resta comunque in carcere perché il gip ha contestualmente emesso nei suoi confronti un’ordinanza di custodia cautelare. Pur ritenendo “la sussistenza di un qualificato quadro di gravità indiziaria dei delitti”, infatti, il giudice per le indagini preliminari scrive che “appare difettare il pericolo di fuga essendo carenti elementi concreti su cui fondare la rilevante probabilità che l’indagato si potesse dare alla fuga”. Piuttosto, scrive il gip, “sussiste il concreto pericolo di inquinamento probatorio, imponendosi di preservare le fonti dichiarativa acquisite da tentativi, diretti o indiretti, di avvicinamento e condizionamento, e scongiurare rischi di intralcio all’attività investigativa”.

 “Evenienze – è scritto sempre nell’ordinanza di custodia cautelare – affatto peregrine alla luce della già riscontrata attivazione in tal senso dei familiari e della condizione di estrema vulnerabilità delle principali fonti dichiarativa (extracomunitari)”. Assistito dall’avvocato Franco Muzzopappa, durante l’interrogatorio Antonio Pontoriero ha confermato di essersi recato con la Fiat Panda bianca sequestrata nel pomeriggio presso il casolare diroccato. Lo avrebbe fatto, dice, per rintracciare uno dei due extracomunitari che vivono lì “per farsi aiutare in alcuni lavori agricoli”. Ha negato, però, di essere l’autore degli spari.

Sull’omicidio di Soumaila Sacko, il gip sottolinea che “le modalità del fatto, siccome connotate da elevata aggressività, assenza di autocontrollo e, verosimilmente, pochezza dei motivi scatenanti, denotano oltremodo l’elevato grado di pericolosità e impulsività” di Pontoriero. L’agricoltore arrestato, infatti, è “certamente incline a non disdegnare il ricorso a sistemi violenti, aggressivi e sbrigativi onde tutelare propri supposti interessi e comunque risolvere la ordinaria conflittualità interpersonale”.