Venticinque milioni di euro subito, più altri 30 ogni sei mesi di ritardo nella messa a norma di oltre 100 centri urbani o aree sprovvisti di reti o sistemi di trattamento delle acque reflue. Costano care le acque fognarie all’Italia, per la seconda volta dal 2012. La Corte di giustizia Ue ha imposto una maxi-multa fortettaria facendo notare che a distanza di anni dalla prima sentenza, il numero degli agglomerati non conformi si è ridotto da 109 a 74, ma è comunque grande il ritardo nel seguire le disposizioni dell’Unione Europea, che si applicano dal 31 dicembre 2000. Una multa attesa, secondo diversi studi degli scorsi anni, che davano per “improbabile” l’adeguamento.

Inoltre l’Italia è già stata condannata dalla Corte per la gestione inadeguata delle acque di scarico urbane e ha in corso due procedura di infrazione per lo stesso motivo, una delle quali ha portato a una prima sentenza nel 2014. Per questi motivi i giudici hanno stabilito che il nostro Paese dovrà versare nel bilancio dell’Ue, oltre alla maxi-multa, altri 30 milioni per ogni semestre di ritardo nell’applicazione delle misure necessarie per conformarsi alla sentenza di sei anni fa.

Recentemente, l’Italia ha subito anche tre deferimenti per il mancato abbattimento degli ulivi affetti da Xylella, la ripetuta violazione dei limiti di Pm10 nell’aria e l’assenza di un programma nazionale sulla gestione dei rifiuti radioattivi. Sulla batterio della Xylella, che ha duramente attaccato gli ulivi secolari delle province di LecceBrindisi Taranto, i Commissari Ue erano stati molto chiari: “La lotta al batterio è stata un fallimento. Abbattete gli alberi malati”. Per quanto riguarda lo smog, la decisione della Commissione si riferisce alla ripetuta violazione dei limiti Ue per il particolato Pm10 sul quale il ministro Gian Luca Galletti aveva dato ampie rassicurazioni, venendo smentito dal commissario europeo Karmenu Vella.

Sul fronte dei rifiuti radioattivi, la Commissione ritiene che non sia stata assicurata la piena conformità alla direttiva in materia. Gli stati membri dell’Unione, infatti, erano tenuti a notificare i programmi nazionali di gestione del combustibile nucleare esaurito entro il 23 agosto del 2015. Un modo per garantire ai cittadini la gestione responsabile e sicura dei rifiuti radioattivi. Ma l’Italia non ha mai notificato, né presentato, questo programma.