Un uomo, un bambino, la strada, una bicicletta da rubare. Ladri di biciclette, l’apice del cinema neorealista compie 70 anni e si presenta in veste restaurata al 71esimo Festival di Cannes grazie al lavoro effettuato dal laboratorio de L’Immagine Ritrovata della Cineteca di Bologna e Compass Film. Tanto si è scritto e detto nei decenni sul capolavoro girato da Vittorio De Sica nel 1948 che sarà proiettato il 16 maggio.

Film che divenne nel tempo esempio paradigmatico di una corrente cinematografica probabilmente più teorica che pratica, ma soprattutto oggetto di scontro politico sulla rappresentabilità o meno delle condizioni di umana povertà nel primo dopoguerra italiano. Per chi se lo ricorda, Ladri di biciclette è quell’opera che fa litigare il professor Palumbo (Stefano Satta Flores) con il preside della sua scuola in C’eravamo tanto amati (1974) di Ettore Scola. “Questi stracci e questi cessi ci diffamano di fronte al mondo”, affermava il preside durante il dibattito del Cineforum a Nocera Inferiore. E Palumbo: “È un film stupendo che ci fa conoscere i veri nemici della collettività. Gli ipocriti valori del bello, della grazia, e della poesia della vostra cultura borghese”. Stessa polemica vagamente parodiata che nel 1952 si creò attorno a Umberto D. sempre di De Sica, con la presunta frase andreottiana de “I panni sporchi si lavano in casa propria”. In realtà “il Divo”, all’epoca sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega allo spettacolo, lasciò agli atti questa dichiarazione scritta: “Se nel mondo si sarà indotti, erroneamente, a ritenere che quella di ‘Umberto D.’ è l’Italia della metà del XX secolo, De Sica avrà reso un pessimo servigio alla patria, che è la patria di don Bosco, di Forlanini e una progredita legislazione”.

Insomma tanto poté un film come Ladri di biciclette prima, Miracolo a Milano e Umberto D. poco dopo. Anche se il primo rimane la summa della collaborazione a ideazione e scrittura di un film del binomio De Sica-Cesare Zavattini, qualcosa che l’allora direttore dei Cahiers du Cinema, André Bazin, definì come uno dei primi esempi di “cinema puro”: “niente più attori, niente più storia, niente più messa in scena, cioè nell’illusione estetica perfetta della realtà: niente più cinema”. Il film di De Sica ha “la struttura chiusa organizzata sulle unità di tempo, luogo, e azione, propria della tragedia classica”, ha scritto Giaime Alonge nell’indispensabile libro sul film edito da Lindau. Tre giorni, da venerdì a domenica, nella Roma del primissimo dopoguerra, durante i quali all’attacchino Antonio Ricci viene rubata la bicicletta, indispensabile per lavorare. Con il figlio Bruno l’uomo si mette alla ricerca del mezzo rubato, ma tra mense dei poveri, amici netturbini, carabinieri impotenti, a padre e figlio non rimane che un’inconcludente disperazione. Fino a quando in mezzo alla folla Antonio scorge una bicicletta incustodita, tenta maldestramente di rubarla, e un gruppo di persone inferocito lo aggredisce. Lo salverà solo il pianto del proprio figlio così i due usciranno di scena confondendosi nella massa di persone che esce dallo stadio dopo la vera partita Roma-Modena.

Ladri di biciclette ebbe la sua prima a Roma il 24 novembre del ’48 nei cinema Metropolitan e Barberini. Nella classifica dei film più visti in Italia della stagione ’48-’49 il film di De Sica si piazzò ad un onorevolissimo undicesimo posto (Germania anno zero fu 46esimo e La terra trema 52esimo). Nel 1950 l’Academy gli conferì l’Oscar come Miglior film straniero (all’epoca categoria non ufficiale ma ancora “premio speciale” ndr), ma soprattutto l’opera neorealista diventò uno dei film più adorati e osannati dalla critica impegnata dell’epoca, e da tutte le nascenti riviste del settore, cominciando a circolare nei circuiti art house statunitensi come vero e proprio cult.

Si è detto del neorealismo, dei cosiddetti attori presi dalla strada. Ed è vero. Lamberto Maggiorani/Antonio era un operaio della Breda; Enzo Staiola/Bruno un bambino non provinato ma intravisto mentre passeggiava alla Garbatella. “De Sica fece cinquemila provini, poi un giorno, uscendo da scuola, vedo una macchina che mi segue, io non sapevo neanche chi era De Sica”, ha spiegato l’uomo oggi 78enne al quotidiano.net. “Prese accordi con mio padre, che in un primo momento non ci stava (alla fine al bambino venne dato un compenso di un milione di lire di allora ndr). Io non sapevo chi era De Sica, ma mentre giravamo il film mi spiegò che cosa aveva fatto nella sua vita. Allora mi sono impressionato, mi è venuta paura di sbagliare”. Situazione comunque di lungimirante ripiego perché De Sica, alla ricerca di finanziamenti a Hollywood dopo l’attenzione dei producer americani verso Sciuscià (1946), rifiutò la proposta del potente David O. Selznyck che voleva Cary Grant al posto di Maggiorani. Il regista chiese però Henry Fonda, impegnato su un altro set, infine decise per la casualità del casting, affidandosi ad un budget messo di tasca propria (P.D.S. nei credits è Produzioni De Sica ndr) che secondo diverse fonti fu di 80mila dollari dell’epoca.

Ladri di biciclette rimane comunque impresso nella memoria di ogni spettatore del mondo, ancorato alla rappresentazione essenziale di simboli universali della fame, della sopravvivenza, dell’orgoglio, del dolore. Dal film emerge un senso di imprescindibile verità del reale che ancora oggi dopo quasi un secolo fa venire i brividi. Tra le tante sequenze intense e memorabili noi scegliamo quella della mozzarella in carrozza. Quando dopo l’ennesima vana ricerca della bici che gli hanno rubato, Antonio invita il figlio Bruno a mangiare una pizza. “Morto ammazzato per morto ammazzato ma chi ce lo fa fà de sta qui a tribolà”. Ed ecco Bruno che osserva il ricco coetaneo commensale lì vicino addentare una filante mozzarella in carrozza, così chiede al padre di averne una anche lui. Lo sguardo soddisfatto in mezzo alla disperazione e alla tragedia è come un raggio di luce in mezzo alle tenebre di una miseria reale, palpabile, dignitosissima. Altro che stracci e cessi, altro che Don Bosco. De Sica filmò l’anima dell’uomo e la storia d’Italia. Ancora e sempre: chapeau.

Per foto credit Archivio Giuditta Rissone – Emi De Sica