Un palcoscenico. Migliaia di persone che ti guardano. La musica ad altissimo volume. L’esplosione di serotonina che inizia a scorrere nel sangue. E poi il nulla. Ti ritrovi da solo, in una camera d’albergo, incapace di tornare alla normalità. È una particolare forma di depressione quella che colpisce i musicisti – soprattutto i Dj – dopo la fine di un’esibizione o un concerto. Provoca insonnia, ansia, solitudine, problemi mentali e affettivi, attacchi di panico, e può favorire la dipendenza da droghe e alcol. L’hanno provata sulla propria pelle tanti artisti di musica elettronica, come Moby, Erick Morillo, Ben Pearce, Deadmau5. E, come fa capire il documentario Avicii: true stories disponibile su Netflix dall’autunno 2017, anche il dj e produttore svedese Tim Bergling (noto come Avicii) – che si è suicidato in Oman il 20 aprile scorso – ne ha sofferto.

“È inaccettabile aspettarsi che artisti e dj continuino a spingersi sempre oltre, anche quando sono loro stessi a desiderarlo”, ha dichiarato all’Independent Music support, un ente di beneficenza che aiuta i musicisti che soffrono di problemi di salute mentale. “I manager hanno sempre saputo di questo problema, ma hanno bisogno di supporto nel proteggere propri artisti dalle case discografiche, dagli agenti e dai promotori”. Secondo uno studio condotto nel 2016 dall’associazione inglese Help musicians su 2211 partecipanti il 69 per cento ha sperimentato la depressione, mentre il 71 per cento ha avuto attacchi di panico e alti livelli di ansia.

È una malattia, quella definita “post-performance depression” dall’esperto John C. Buckner, che sembra essere particolarmente diffusa nella musica elettronica. Mentre le band di solito vanno in tour in occasione di un nuovo album, i dj sono in tournée senza sosta. Avicii, ad esempio, ha collezionato 813 spettacoli nel corso della sua carriera, esibendosi anche fino a 320 volte in un solo anno. Quasi ogni sera. Un ritmo che, a lungo termine, diventa insostenibile.

L’artista svedese aveva annunciato il suo ritiro dalle scene nel 2016, a causa dello stile di vita fatto di eccessi e i problemi di salute dovuti ai ritmi e alle pressioni del suo lavoro. Pancreatite, alcolismo, insonnia, stress, fortissimi dolori fisici, che lo avevano costretto a fare largo uso di antidolorifici e oppioidi. Fino alla morte, per la quale i suoi stessi familiari hanno accusato “quella macchina da business nella quale si è trovato coinvolto“.