Luglio 2003, Ippodromo delle Capannelle. “E ora datevi un bacio, prima di questa lunga estate di castità“, scandì beffardo nel microfono appena le ultime note de La Donna Cannone si persero mescolandosi agli applausi nel cielo di Roma. Qualche giorno prima Papa Giovanni Paolo II aveva invocato la Vergine “Maria, splendente di bellezza”, affinché aiutasse “tutti, specialmente gli adolescenti e i giovani, a scoprire il valore e l’importanza della castità per costruire la civiltà dell’amore”. Fa così, De Gregori: come Zorro sferruzza a sorpresa col fioretto il suo marchio nella giubba del bersaglio. E come Zorro sono 54 anni che è inafferrabile, che non si lascia incasellare, con buona pace dei molti che nei decenni hanno provato a tirarlo per la giacchetta a sinistra, ma anche a destra, e che ora gridano allo scandalo perché non intende trovarsi un posto nel coro – legittimo e condivisibile – di chi si schiera contro Trump o Netanyahu.
La posizione di De Gregori è stata chiara almeno dal ’75 quando se ne uscì con Rimmel, in cui lui – dichiaratamente di sinistra – cantava molte cose tra cui l’amore e i compagni lo accusavano di non fare canzoni impegnate e persino, orrore, di farsi pagare per fare i concerti. Jaime Pintor lo crocifisse sulle pagine di Linus con un’invettiva intitolata “De Gregori non Nobel, è Rimmel“, inaugurando un climax mefitico che ebbe il suo apice nel processo politico inflittogli al Palalido nel 1976. Lui rispose incidendo le carni ideologiche dei suoi censori con il bisturi dell’ironia – “Mancava solo l’olio di ricino” – e inchiodandoli a uno sbaglio che “incentiva i concerti a tremila lire (molto più di quanto costavano i suoi, ndr), gli schieramenti polizieschi e i servizi d’ordine privati presi a nolo dai grossi impresari – scrisse sulla rivista Muzak -. Quindi, questi episodi fanno il gioco della cultura del potere e della musica tranquillizzante, e si prestano oltretutto a essere ripresi e strumentalizzati in chiave terroristica, reazionaria e scandalistica“.
Nel ’79 ci provarono con Viva l’Italia. I soliti compagni accusarono di aver scritto un brano patriottico o peggio nazionalista, altri la salutarono come un omaggio alla Resistenza. Bettino Craxi tentò di trasformarla in un inno del Partito Socialista facendola suonare negli spot e durante le manifestazioni. De Gregori rispose con fermezza “No, grazie” e anni dopo si vendicò: “E’ solo il capobanda ma sembra un faraone/(…) Ha gli occhi dello schiavo, lo sguardo del padrone/Si atteggia a Mitterrand, ma è peggio di Nerone“, cantò in Canzoni d’amore. “Gli ho scritto una canzone contro – rivendicò nel 2006 – quando nessuno si sognava di dire una parola”.
La sinistra post-comunista si appropriò de La Storia, e la ripropose per decenni in tutte le salse. Lui non si oppose, ma non mancò di rivendicare la propria indipendenza. “Monti alla Camera e Bersani al Senato”, rispose nel 2013 al Corriere che gli domandava per chi avesse votato. E la sinistra? “Continuo a pensarmi di sinistra – rispose -. Sono nato lì. Sono convinto che vadano tutelate le fasce sociali più deboli, gli immigrati, i giovani (…), che bisogna lavorare per rendere i poveri meno poveri, che la ricchezza debba essere redistribuita”. Ma oggi la sinistra “è un arco cangiante che va dall’idolatria per le piste ciclabili a un sindacalismo vecchio stampo, novecentesco, a tratti incompatibile con la modernità. Che agita in continuazione i feticci del ‘politicamente corretto'”. Chiaro come pochi tra i suoi colleghi anche su Berlusconi: “Ha fatto politica solo per proteggere i suoi interessi, senza avere nessun senso dello Stato, nessun rispetto per le regole e, credo, con alle spalle una scarsa cultura generale. I risultati sono sotto gli occhi di tutti”.
Non si è mai neanche sottratto al dialogo, ma ha scelto lui quando e con chi averne. Come quando il 21 ottobre 1996, seduto a un tavolino del Roxy Bar di Red Ronnie, si confrontò con monsignor Ersilio Tonini: “Può un ateo usare il nome di Dio, senza passare per blasfemo?”, gli domandò dopo che con L’Agnello di Dio si era guadagnato la scomunica della parte più retriva del mondo cattolico per aver paragonato Nostro Signore Gesù Cristo ai reietti della Terra simboleggiati da una prostituta africana che batte sul Raccordo Anulare.
“Non ho mai creduto nelle canzoni ‘impegnate’“, ha detto più volte, ma preferisce far parlare quelle. Se sono buone – “good” come dicono gli americani” -, parlano da sole senza bisogno di spiegarle o collocarle in una qualche categoria. Concetto che ha ribadito pochi giorni fa criticando l’impegno politico di Bruce Springsteen contro Donald Trump e facendo infuriare la sinistra tutta, dai palazzi ai social: “Sensibilizzo attraverso le canzoni che scrivo, non con quello che dico. Io non faccio proclami, perché non sono superiore a nessuno per dire quale posizione assumere su Gaza o Israele”.
Può piacere o meno, ma ancora una volta De Gregori, come la leva calcistica Nino, ha dribblato più veloce del vento chi pretende di fargli prendere posizione perché “è così che si fa” in questo momento. Un arte della coerenza con la quale ha rivendicato il diritto a non essere racchiuso in una definizione, a non appartenere, a non essere costretto a esprimersi se non attraverso quello che sa fare meglio: il proprio mestiere. A rivendicare in definitiva una libertà rispetto alla quale è rimasto – sempre, e speriamo per sempre – dalla stessa parte.
Fin dal 1975 e da quel Rimmel a causa del quale subì il primo tentativo di incasellamento coatto ma che già conteneva un’indicazione chiara su ciò che sarebbe stato. Nel disco c’è una canzone intitolata Il signor Hood che narra di un “galantuomo” che se ne andava in giro con “due pistole caricate a salve e un canestro pieno di parole”. Quel brano ha un sottotitolo eloquente, che di De Gregori forse è il vero manifesto: “A M. (Marco Pannella, ndr), con autonomia“.