“Non fare agli altri quello non vorresti fosse fatto a te e segui sempre la tua ‘cazzo’ di verità”. Così parlavano i signori Phoenix al figliolo Joaquin mentre cercavano di impartirgli una certa educazione. Fortunatamente il divo poi si corregge scherzando: “La parolaccia l’ho aggiunta io, volevo rendervi l’idea di come fosse a casa mia”. Organico e fuori norma come da sempre ci ha abituato ai vari incontri stampa, Joaquin Phoenix arriva in Italia promuovendo A Beautiful Day (You Were Never Really Here) di Lynne Ramsay che gli ha meritato il premio come miglior attore a Cannes.

Di insolito ottimo umore, l’attore americano non ha nascosto di aver amato questo dramma estremo, peraltro vincitore anche per la miglior sceneggiatura sempre sulla Croisette. Il suo Joe è un protagonista non solo assoluto ma decisamente ingombrante a se stesso: ex agente FBI e marine, vive con la madre anziana che protegge e sbarca il lunario con incarichi scomodi. Uno di questi è liberare giovani donne – se non bambine – cadute nella schiavitù sessuale. Capita che la figlia di un famoso politico sia stata rapita da un losco giro e Joe scende all’inferno “contro il cattivo”. Ma lui è essenzialmente un sicario, uno che ottiene giustizia “fai da te” senza esclusione di violenza, a suon di martellate. Ridotto a sorta di giustiziere della notte, con tanto di barba lunga e fisico possente ai limiti della mobilità, Joe/Joaquin persegue indomito il suo obiettivo “con i tamburi nel cervello” a significarne il tormento di un passato irrisolto e le ossessioni di un presente disperato. “Ho letto la sceneggiatura, poi il romanzo a cui si ispira, Lynne è una brava, non ho avuto dubbi sul prendere il ruolo. A me non interessano i fattori di budget, solo chi è coinvolto e il valore del progetto. Ma la costruzione di Joe non nasce da studio, semplicemente da infinite conversazioni con Lynne che mi ripeteva quanto Joe sentisse i fuochi d’artificio nella testa: per questo mi mandava file audio con dei petardi. Poi certo ho studiato gli effetti della violenza subita dai piccoli nello sviluppo della crescita ma non per il personaggio in sé”.

Individuo complesso come tutti quelli elaborati nel cinema non facile dell’autrice scozzese (pensiamo al suo magnifico “…e ora parliamo di Kevin”) Joe soffre costantemente nell’evolversi della narrazione caotica e furibonda dell’opera, peraltro musicata con sapienza dal talento di Jonny Greenwood. “C’è l’inferno sonoro di New York dentro la genesi del film” spiega Ramsey “e con Jonny abbiamo elaborato un progetto musicale che è esso stesso personaggio”. Fra i due è vera complicità. “Io ho offerto a Lynne 70 ore di ‘shit’ e lei ne ha estratto un lavoro magistrale” scherza Joaquin, naturalmente sconfessato dalla regista che di questi tempi, forse affaticata da tanta violenza, pensa al futuro in termini di commedia. A Beautiful Day uscirà in circa 100 copie per EuroPictures.