Come può una ragazza quindicenne finire in poche ore dall’evoluta terra di Norvegia a quella oscurantista medioevale di Islamabad in Pakistan? Basta guardare Cosa dirà la gente, film in uscita nelle sale italiane il 3 maggio 2018 grazie a Lucky Red, per capire di che parliamo. Mettetela pure come volete. Sarà da un lato una questione di tradizione e conformismo, e dall’altro di razzismo e islamofobia, ma Cosa dirà la gente mostra per filo e per segno come in uno dei più avanzati paesi europei con servizi sociali puntuali e funzionanti si possa minacciare, picchiare, ricattare, rapire, segregare, infine rispedire in Pakistan come un pacco postale la propria figlia (pachistana), rea di aver fatto entrare nella sua stanza da letto il proprio fidanzatino (europeo). Cruda, diretta, devastante, è la discesa agli inferi di Nisha (una superba e giovanissima Maria Mozhadah) che potrebbe addirittura essere un horror, anche se ogni secondo di questa tragedia senza via di fuga finisce per martellare chiodo su chiodo la bara di un racconto autobiografico che la regista Iram Haq, oggi 42enne ha voluto ricollocare in un contesto odierno anche se gli accadimenti personalissimi avvennero nei primi anni novanta quando la Haq aveva appunto una quindicina d’anni. 

Suddiviso in tre macro sequenze spaziali e temporali (Oslo-Islamabad-Oslo) Cosa dirà la gente ha al suo centro l’intollerabile sopruso subito da una ragazza in nome dell’onore familiare. Nisha vive una sorta di “doppia” vita, tra normalissimi rapporti di amicizia e d’amore adolescenziale nelle gelida capitale norvegese, e i dettami apparentemente flessibili di padre, madre, fratello maggiore che la vogliono ragazzina illibata e modello per reiterare genia e tradizione pachistana. Il padre conta tutto il giorno i soldi guadagnati come proprietario di un piccolo supermercato, e non è di certo un disperato migrante senza presente e futuro. Insomma l’integrazione apparente con l’Occidente è servita, ma sotto il tappeto della famigliola contrita e velata, vige un patriarcato violento e criminale che nessun paese al mondo dovrebbe giuridicamente e filosoficamente tollerare. Infatti la sorpresa del fidanzatino trovato a letto con la figlia porta il patriarca ad una reazione mostruosa. Rapisce la figlia, le getta via il telefonino, la costringe a salire in auto (macchina guidata dal fratello), e la porta in aeroporto con destinazione Islamabad dove una zia accudirà la ragazza secondo i dettami della tradizione social-religiosa musulmana. Insomma da una finta famigliola diventata europea in tutto e per tutto, all’oscurantismo più becero e antimoderno del parentado. Nisha si dimena, reagisce, prova a tutti i costi di fuggire, ma per lei sono solo botte, clausura, stanze da letto usate come prigioni. Fino a quando una naturale liaison con un ragazzo pachistano riporta Nisha ad essere ripudiata perfino dagli zii che obbligheranno il padre a riprendersi l’indecente figlia.

Le brutali, sadiche privazioni e minacce a cui è sottoposta la protagonista non si contano nemmeno. È un’escalation continua che la regista Haq, autrice anche della sceneggiatura, scoperta e coccolata dal Festival di Toronto, sa accumulare come se ci trovassimo realmente in un set horror con tanto di carcerieri/carnefici intenti a limitare sempre più l’autonomia spaziale e comunicativa della ragazza. Insomma, la trappola, il giogo, attorno alla povera ragazza sembra stringersi inesorabilmente proprio grazie ad una messa in scena che non sembra concedere fisicamente mai pertugi in cui si possa infilare per scappare. La Haq ha poi il dono della sintesi nel sapere scegliere dettagli e particolari significativi senza mai divagare nel vuoto di digressioni e sottotesti impossibili; come la fortuna di aver scovato un fitto, ispirato e ristretto gruppo di attori che vive letteralmente sulla pelle i personaggi del racconto (la Mozhdah innanzitutto, ma anche il cinico e violento Adil Hussain nella parte del padre della protagonista).

“La storia di Cosa dirà la gente è la più personale alla quale io abbia mai lavorato. A quattordici anni sono stata rapita dai miei genitori e costretta a vivere per un anno e mezzo in Pakistan. Ho aspettato di sentirmi pronta come regista e come persona per raccontare questa vicenda in modo equilibrato”, ha spiegato la regista. “Il che significava cercare di raccontarla evitando di mostrare la protagonista solo come una vittima e i genitori solo come oppressori. Volevo raccontare una storia d’amore impossibile tra due genitori e la loro figlia; una storia che non potrà mai avere un ‘happy ending’ fino a quando permarrà un’enorme distanza tra due culture. Nel film desideravo che il pubblico provasse le emozioni e i sentimenti di Nisha. Dopo un lungo lavoro di casting, abbiamo trovato finalmente l’attrice perfetta per la parte: Maria Mozhdah. È stata una scoperta straordinaria, ed è stata una gioia lavorare con lei insieme agli attori di maggiore esperienza che hanno composto il cast”. Produce, tra gli altri, la Zentropa, ora al settimo cielo per il ritorno di Lars Von Trier a Cannes dopo sei anni con The house that Jake built