di Giulio Scarantino

Due anni fa sono andato in Grecia: ho visitato il campo rifugiati di Elleniko, ho passato giorni per le vie del quartiere di Neos Kosmos dove ancora oggi la “social house” ospita diverse famiglie siriane. Ho trascorso ore con scappati dalla guerra: bambini, uomini, donne. Tanti, tantissimi siriani. Tanti, tantissimi operatori che esercitavano pace. Un esempio di solidarietà che non avrei mai immaginato da una Grecia investita dalla crisi, dal fallimento e dalla povertà.

In questi giorni particolari – con il nuovo bombardamento degli Stati Uniti, Regno Unito e Francia – certi momenti ritornano alla mente e la tristezza prende il sopravvento.

Ricordo che tra gli scappati dalla guerra c’era anche Vasili – gigante buono che ha trovato rifugio nella chiesa armena di padre Joseph – e che a un certo momento del giorno (alla sera) la sua presenza, così maestosa e ingombrante, spariva. Dopo qualche tempo appresi che in quella parte di giornata Vasili saliva sul terrazzo, con in lontananza la vista dell’acropoli, per chiamare la sua famiglia rimasta in Siria.

Chissà se Vasili sale ancora sul terrazzo della chiesa e tra le lenzuola bianche stese tende un orecchio verso la sua terra o se tra quelle bianche lenzuola si confonde affrontando ormai solo i suoi fantasmi, bianchi come le lenzuola.

In ogni caso, già due anni fa si aveva l’impressione che tutto fosse troppo grande: che il conflitto in Siria avesse raggiunto, nel silenzio di quasi tutta Europa, una complessità enorme.

Oggi tutti si svegliano e si accorgono della Siria. Dopo sette anni di morti, prendiamo consapevolezza non per una fine ma per un nuovo inizio. Dopo anni che ci dicono: “svegliatevi, cosa state a guardare?”, ora si svegliano e la Siria passa sulle bocche e sulle mani di tutti.

Come un lampo diventa ordine del giorno: la crisi della Siria. I bombardamenti di Ghouta e i bambini che muoiono, le tesi contrastanti: bombe chimiche o semplici bombe? Bombe di Bashar al-Assad e Vladimir Putin o bombe dei ribelli sostenuti dagli Usa?

Il minimo comune denominatore: la morte, i bambini.  L’assurdità di come la guerra possa essere o non essere notizia a seconda di ciò che vogliono dirci e raccontarci o nasconderci. Un assurdo tutto umano, come il mio pensiero per Vasili: il gigante buono che avevo dimenticato, perso nelle faccende della mia vita quotidiana.

Tutto questo è profondamente triste e soprattutto incomprensibile agli occhi di chi questa guerra l’ha sofferta e continua a subirla da sette anni. Chi dopo aver imprecato aiuto, in questo momento starà pensando: “forse è meglio che torniate a dormire“.

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