Nicola Zingaretti e Roberta Lombardi. “Ma se non funziona, si va tutti a casa”. Prende sempre più forma la nuova alternativa Dem sull’asse Orlando-Franceschini e la costruzione di un centrosinistra con i pentastellati, intesa che su Roma si sta già plasmando. Durante la seconda seduta del Consiglio regionale, il laboratorio-Pisana ha portato nuovi segnali d’intesa e ora sul fronte Pd si guarda con ansia all’Assemblea nazionale del 21 aprile, durante la quale dovrebbe prendere la parola proprio il rieletto governatore del Lazio. E, se ce ne saranno le condizioni, sarà un discorso-manifesto, figlio di questo primo mese di navigazione in mare aperto nel fitto correntismo capitolino.

Intanto, Zingaretti ha parlato alla Pisana ed ha gettato le basi per il patto di non belligeranza con il M5s, un piano programmatico con dieci missioni da portare avanti insieme a tutte le opposizioni. Nel dettaglio, la road-map è quella anticipata da IlFattoQuotidiano.it il 30 marzo scorso: bilancio leggero subito e collegato in estate, piano sociale regionale, piano paesaggistico territoriale, testo unico del commercio, piano rifiuti e obiettivo 70% differenziata (lo stesso di Virginia Raggi in Campidoglio), riordino delle autonomie, riordino delle borse di studio universitarie, piano triennale del turismo, accelerazione sulle infrastrutture e nuovo modello sanitario.

Il tracciato sembra intrigare la capogruppo pentastellata, che nel suo intervento di replica ha avvertito di non voler essere “un consiglio ratificatore” e dunque di non procedere con una “fiducia in bianco”. Dunque anche per l’ex parlamentare saranno determinanti gli interventi su sanità, rifiuti, autonomie, acqua, trasporti e sociale. Il prossimo passaggio determinante sarà quello del 18 aprile, terzo consiglio comunale, con il quadro delle commissioni. Lì la non-maggioranza di Zingaretti prenderà corpo. Probabile che a Forza Italia vada la sanità, mentre il M5s si prenderà quella su Ambiente e Rifiuti e, forse, l’Urbanistica.

E il centrodestra? L’impressione è che, una volta sistemate le poltrone, si voglia vivacchiare. Su input di Giorgia Meloni, i tre consiglieri di Fratelli d’Italia hanno protocollato la mozione di sfiducia nei confronti di Zingaretti. Ma dopo 6 ore dalla consegna non si erano aggiunte altre firme, con il solo Sergio Pirozzi resosi disponibile pubblicamente a sottoscriverla. Stefano Parisi – che per il momento mantiene anche il posto di consigliere comunale a Milano – ha affermato che “se parliamo di un percorso da fare insieme lavoreremo con serietà sui temi specifici ma se dovesse esserci in aula una nuova maggioranza avvertiteci, così ci acconceremo per affrontare questa singolare stagione”. Insomma, per ora in molti a destra del Pd non hanno alcuna intenzione di spostarsi dalle ricche sedute della Pisana.

Il quadro si completa con quanto sta accadendo in Campidoglio, dove Dario Franceschini ha piazzato l’ennesima pedina strategica. Al posto di Michela Di Biase – eletta segretario d’Aula in Regione – è stato nominato capogruppo Antongiulio Pelonzi, altro Area Dem vicino a Bruno Astorre (e dunque a Zingaretti) proprio come il presidente del Consiglio regionale, Daniele Leodori. Pur appartenendo alla stessa corrente, Pelonzi viene definito più collaborativo verso il M5s di quanto lo sia stata Di Biase (più vicino al renzianissimo Luciano Nobili e agli orfiniani). Lo schema è lo stesso ma inverso: aiutare il M5s a portare avanti alcuni temi su cui ricostruire anche un asse istituzionale Comune-Regione (assente ormai dai tempi di Veltroni e Marrazzo). Esperienza sulla quale costruire la candidatura di Nicola Zingaretti per il nazionale. L’ideale per questo progetto sarebbe vincere le elezioni di giugno nei municipi 3 e 8: va letta in questo senso, a Montesacro, l’imminente candidatura dell’ex assessore mariniano, Giovanni Caudo, il “papà” del progetto originale dello Stadio della Roma.