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Pnrr, scadenza tra due mesi ma la trasparenza diminuisce ancora. “Disponibili dati per 280mila progetti sui 655mila finanziati”

Dall'ultimo aggiornamento della piattaforma OpenPNRR di Openpolis si scopre che il numero delle opere effettivamente monitorabili attraverso i dati rilasciati dal governo è calato invece di aumentare. La Corte dei Conti Ue: "I cittadini hanno il diritto di sapere come vengono impiegati i fondi pubblici, chi li riceve e quanto si spende effettivamente"
Pnrr, scadenza tra due mesi ma la trasparenza diminuisce ancora. “Disponibili dati per 280mila progetti sui 655mila finanziati”
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A pochi mesi dalla scadenza del 30 giugno il Piano nazionale di ripresa e resilienza, che negli auspici avrebbe dovuto modernizzare il Paese facendolo uscire dal circolo vizioso della bassa crescita, accelerare la transizione ecologica e digitale e rilanciare produttività e infrastrutture, è un cantiere incompleto attraversato da continue revisioni. E per i cittadini capire come sono stati utilizzati i quasi 200 miliardi destinati all’Italia è praticamente impossibile. Mentre il ministro per Affari europei e Pnrr Tommaso Foti rivendica “416 obiettivi raggiunti, 655.677 progetti finanziati e oltre 541mila interventi conclusi”, dall’ultimo aggiornamento della piattaforma OpenPNRR di Openpolis si scopre che, alla faccia della trasparenza, il numero delle opere effettivamente monitorabili attraverso i dati rilasciati dal governo è diminuito invece di aumentare. Per capire che investimenti e riforme hanno inciso pochissimo sui mali strutturali dell’Italia non resta affidarsi ad altri numeri diffusi dallo stesso governo Meloni: quelli del Documento di finanza pubblica, in cui il Mef ha messo nero su bianco come la cruciale “produttività totale dei fattori” di qui al 2035 sia destinata a calare ancora più del previsto affossando la crescita potenziale.

L’ultima analisi della fondazione indipendente e senza scopo di lucro che promuove progetti per l’accesso alle informazioni pubbliche aiuta a fare chiarezza su quel che non sappiamo e sui troppi rimaneggiamenti che hanno svuotato il piano. Il primo dato è paradossale: i progetti censiti scendono da 306.345 a 280.767, oltre 25mila in meno rispetto al precedente aggiornamento e a fronte dei 650mila di cui ha parlato Foti, sottolinea Openpolis. Una discrepanza spiegata solo in parte dalla scomparsa dal database degli interventi legati al Superbonus finanziati attraverso il Pnrr. Fino allo scorso novembre erano monitorabili oltre 60mila interventi per un valore di circa 13,7 miliardi di euro. Oggi quei dati non sono più consultabili. E si brancola nel buio anche su un’altra delle misure economicamente più rilevanti dell’intero piano: Transizione 4.0, che dopo le ultime revisioni vale oltre 18 miliardi di euro ma continua a non avere dati di dettaglio accessibili sui progetti finanziati. Un nodo, quello della scarsa tracciabilità, che è appena finito nel mirino della Corte dei conti europea: la relazione sul dispositivo per la ripresa e la resilienza pubblicata il 6 maggio attesta che “le informazioni al pubblico sui destinatari dei finanziamenti, sui costi effettivi delle misure e sui risultati conseguiti sono insufficienti” e “le informazioni di dominio pubblico su chi in ultima analisi beneficia dell’RRF e in che misura sono pertanto incomplete“. “I cittadini hanno il diritto di sapere come vengono impiegati i fondi pubblici, chi li riceve e quanto si spende effettivamente”, ha chiosato Ivana Maletić, membro della Corte dei conti europea responsabile dell’audit.

I dati analizzati da Openpolis si fermano al 26 febbraio e non incorporano quindi la settima revisione del Pnrr approvata dalla Commissione europea alla fine di marzo. Le modifiche di cui invece c’è traccia sono andate nella direzione di privilegiare la spendibilità delle risorse rispetto all’impostazione originaria. Favorendo non necessariamente i progetti più innovativi o trasformativi, ma quelli più facilmente realizzabili entro le scadenze europee. Dalla versione aggiornata emerge che sette misure per circa 1,5 miliardi di euro sono state eliminate del tutto. Tra queste i progetti “faro” per l’economia circolare e alcuni investimenti sull’idrogeno, sia nei settori industriali difficili da decarbonizzare sia nel trasporto stradale. Al contrario, crescono soprattutto strumenti pensati per rendere più semplice l’assorbimento delle risorse entro le scadenze europee. È il caso delle cosiddette “facility”, fondi e strumenti finanziari che consentono formalmente di impegnare le risorse entro giugno 2026 anche se i progetti veri e propri verranno completati successivamente. Una soluzione suggerita dalla stessa Commissione europea per evitare il rischio di perdere i finanziamenti. È accaduto, per esempio, con le infrastrutture idriche, il parco agrisolare, il fondo per la connettività gestito da Invitalia a cui sono stati spostati oltre 700 milioni destinati al piano per la banda ultralarga, gli studentati universitari.

Il segnale più evidente del cambio di rotta arriva però dal ridimensionamento di alcune delle misure più ambiziose. Le comunità energetiche perdono circa 1,4 miliardi di euro. Gli investimenti sulle tecnologie a zero emissioni nette vengono ridotti di oltre 2 miliardi. Transizione 5.0 subisce poi un taglio di quasi 3,8 miliardi. La misura, pensata per accompagnare contemporaneamente digitalizzazione e decarbonizzazione delle imprese, è diventata emblematica dei pasticci. Era stata costruita dal ministero di Adolfo Urso con meccanismi e requisiti molto complessi. Per mesi le domande erano rimaste inferiori alle aspettative e il governo l’anno scorso aveva deciso di definanziare parte dell’intervento. Poi era arrivata la promessa di fare marcia indietro, salvo – nel marzo di quest’anno – tagliare d’emblée il 65% delle risorse rimesse in campo scatenando le ire di Confindustria. Fino alla nuova giravolta di pochi giorni dopo. Sono stati anche tagliati 500 milioni al piano Italia a 1 giga.

Per quanto riguarda lo stato di avanzamento dei pagamenti, considerato uno degli indicatori più affidabili dell’effettiva esecuzione dei lavori. Nessuna Regione è arrivata al 50%. Secondo i dati OpenPNRR a febbraio 2026 il Veneto era in testa con il 47% dei pagamenti già effettuati rispetto al valore complessivo dei progetti in corso. Seguivano Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna. Molto più indietro invece Sicilia (22%), Calabria (25%) e Campania (26%). Si ripresenta quindi uno dei nodi storici degli investimenti pubblici italiani: le aree con maggiore capacità amministrativa e progettuale riescono a correre più velocemente, mentre i territori più fragili accumulano ritardi proprio sulle misure che avrebbero dovuto ridurre i divari infrastrutturali ed economici.

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