Il direttore d’orchestra José Antonio Abreu, fondatore de El Sistema, è morto. Aveva 78 anni. Era il 1975 quando Abreu fondò, in un garage assieme a undici giovani musicisti, una sorta di utopico progetto pedagogico basandosi sulla storia e la pratica della musica sinfonica. L’orchestra intesa come “società ideale”, come comunità che unisce i ragazzi provenienti dalle classi socioeconomiche più disagiate; metodo innovativo di insegnamento dove la musica acquisisce il senso di emancipazione culturale. L’ingenuo ma tenace tentativo progettuale si trasformò in realtà fattuale ricevendo fin da subito nel 1976 aiuti pubblici dal governo venezuelano nel creare quello che poi è stato definito “un sistema integrato di educazione musicale pubblica, diffusa e capillare” che ha consentito nel tempo l’accesso gratuito ai bambini alla pratica musicale per allontanarli e salvarli dalle derive di droga e crimine nelle periferie urbane delle grandi città venezuelane. Ogni città un coro e un’orchestra. Ogni ragazzino uno strumento musicale da imparare a suonare. El sistema ha ricevuto così negli anni finanziamenti da ogni tipo di governo, conservatore e di sinistra, succedutosi nei decenni successivi alla sua nascita. Ma è stato sotto la presidenza di Hugo Chavez che l’intero budget, più altri capitali per singoli progetti, è stato coperto dallo stato.

Il motto degli albori “Play and fight” ha reso El Sistema una matrice moltiplicabile e moltiplicata fino a creare un network di decine e decine di cori e orchestre, chiamati poi “nuclei”, nell’intero paese. E non sono pochi i grandi musicisti e direttori d’orchestra dell’attuale panorama sinfonico che hanno iniziato e sono stati “salvati” grazie al sogno di Abreu. Gustavo Dudamel, ad esempio, attuale direttore musicale della Los Angeles Philharmonic, ha sempre mostrato la sua riconoscenza ad Abreu e a El Sistema: “la musica mi ha salvato la vita e ha salvato le vite di migliaia di bambini a rischio in Venezuela (…) proprio come il cibo, l’assistenza sanitaria, l’educazione scolastica, la musica deve essere un diritto per ogni cittadino”. Oltre a Dudamel dalle orchestre di giovanissimi messe insieme negli anni ottanta e novanta sono usciti: Edward Pulgar, secondo violino principale della Knoxville Symphony Orchestra; Giovanni Guzzo, violino alla Royal Academy of Music di Londra; Jaime Martínez, oboista dell’Orquesta Filarmonica di Medellin; e il contrabbassista Edicson Ruiz, il più giovane musicista ad aver suonato con la Berlin Philharmonic Orchestra. L’intera operazione ha probabilmente il suo apice nel 2007 alla Carnagie Hall di New York con Dudamel a dirigere l’Orquesta Sinfónica Simón Bolívar, composta da ragazzi tutti cresciuti e affermatisi musicisti grazie all’intuizione di Abreu.

El Sistema ha poi ispirato programmi simili anche in altri paesi. Negli Stati Uniti sono stati sviluppati almeno un’ottantina di progetti che hanno ricalcano le orme della pratica del “maestro Abreu”. In Italia nel 2010 è stato invece il compianto Claudio Abbado ad aver spinto alla creazione di una rete tutta italiana affiliata alla matrice venezuelana. Risultano oggi attivi, spiega l’Ansa, 65 “nuclei” in 15 regioni con oltre 10.000 giovani a cui è offerta l’opportunità di accesso gratuito all’educazione musicale, in particolar modo tra coloro che vivono in situazioni di disagio economico e sociale. Abreu che pur avendo studiato pianoforte, clavicembalo e composizione, si laureò in Economia e ne divenne professore universitario, fu anche ministro della cultura nel 1983 sotto il secondo mandato della presidenza Perez. “La musica trasforma le diversità in speranza, ogni sfida in azione, i sogni in realtà”, ha spiegato più volte Abreu. Anche se El Sistema non è stato esente da critiche. Nei primi anni duemila il ricercatore universitario inglese Geoffrey Baker dopo un lungo lavoro d’indagine in Venezuela, dichiarò al Guardian che El Sistema non è tutto oro quel luccica. Nel suo libro El Sistema: Orchestrating Venezuela’s Youth (Oxford University Press) racconta di una sorta di istituzione gerarchica e autocratica sopra ad ogni idealità e scopo finale, prove massacranti per i ragazzi, umiliazioni pubbliche ai meno dotati, e soprattutto l’accesso consentito anche a ragazzi di ceto medio-alto: “più che un’orchestra è un campo militare”.