“Battiato fa qualunque cosa, tutto quanto: arrangiamento, tutto! Raramente, in qualche brano, qualcuno ha contribuito leggermente all’arrangiamento, ma lui scrive tutto”, afferma il compositore Paolo Buonvino nel volume La Bottega dei Falsautori.

Parole a cui fanno eco quelle di Filippo Destrieri, storico tastierista collaboratore di Franco Battiato che, relativamente al discorso sulle cifre di autorialità, afferma: “Lui è sempre stato il 98% di tutto”. Un autore con la A maiuscola, dunque, “quel fenomeno unico e irripetibile che è Franco Battiato – afferma poi Marco Travaglio -, cantautore e cantacompositore per eccellenza, eppure sempre così umile e curioso da rifuggire dalla tentazione di fare tutto da solo e da circondarsi sempre, anche all’apice del successo, di collaboratori di altissimo livello”.

Il Maestro di Milo compie oggi 73 anni vantandone all’attivo 53 di carriera musicale. Nato infatti come semplice cantante nella Milano di metà anni Sessanta, Battiato trascorrerà l’intera decade dei Settanta tra sperimentazioni musicali di vario tipo: dalla musica sperimentale-elettronica di album come Fetus, Pollution, Sulle corde di Aries e Clic fino al fascino delle avanguardie colte, la frequentazione con Karlheinz Stockhausen e lavori come M.elle le “Gladiator”, Juke box e L’Egitto prima delle sabbie.

Da L’era del cinghiale bianco (1979) in poi la storia è maggiormente nota, perché di lì a poco giungerà un album come La voce del padrone (1981) e il nome di Franco Battiato verrà definitivamente consacrato nel firmamento del pop italiano e internazionale. Un pop, a scanso di equivoci, raffinato, colto e fortemente autoriale, un pop che noi vogliamo oggi raccontare attraverso alcune canzoni accuratamente scelte, alcune fra quelle non necessariamente ultra celebri, alcune di quelle piccole o grandi perle che il cantacompositore catanese ha disseminato lungo il suo fruttuoso cammino.

Iniziamo perciò dagli albori, da quell’Areknames, brano dell’album Pollution (1972), che Battiato – anche all’apice del suo successo – non dimenticherà mai. Varie infatti le tournée o i singoli concerti nei quali il brano, fortemente elettronico nella prima parte e decisamente rock nella seconda, verrà ripreso in differenti versioni: provando ad ascoltare le parole al contrario ci si accorgerà che insoliti messaggi si celano dietro un testo apparentemente non-sense.

Proseguiamo oltre e giungiamo di colpo all’inizio di quella svolta pop-commerciale che lasciò di stucco i primi seguaci dello sperimentatore: lo facciamo con Magic shop. Il brano, appartenente all’album L’era del cinghiale bianco, costituisce insieme a Patriots e Bandiera bianca il vero e proprio “trittico punk” di Franco Battiato, laddove col termine “punk” non si fa ovviamente riferimento alla musica bensì alla parte letteraria, ai testi, particolarmente caratterizzati da invettive o giudizi decisamente taglienti: “Deduco da una frase del Vangelo che è meglio un imbianchino di Le Corbusier” e tante altre frasi alquanto tranchant segnano un punto della produzione del primissimo Battiato pop che lo stesso deciderà di non sviluppare ulteriormente, convinto più di tanti altri che la musica debba occuparsi non del basso ma dell’alto.

Faranno eccezione a questa scelta solo altri tre brani, debitamente separati fra loro da intere decadi: Povera Patria (da Come un cammello in una grondaia, 1991), Ermeneutica (da Dieci Stratagemmi, 2004) e Inneres auge (2009), rispettivamente scritti contro Tangentopoli, George W. Bush e Silvio Berlusconi.

Spostiamoci ora sul finire degli anni Ottanta, precisamente nel 1989: Battiato, cantando in Sala Nervi dinanzi papa Giovanni Paolo II, è il primo musicista pop a tenere un concerto in Città del Vaticano. Per l’occasione il compositore non ha dubbi e porta con se due brani tratti dal proprio ultimo album, Fisiognomica (1988): si tratta di L’oceano di silenzio ed E ti vengo a cercare.

A proposito di questo incredibile episodio della sua vita, intervistato anni dopo da Vincenzo Mollica, Battiato racconterà: “Pur rispettando le autorità spirituali e temporali, non mi emoziono per un presidente della repubblica o per il papa: non mi emoziona un’idea di un’istituzione, non posso emozionarmi in astratto, ho bisogno di cose concrete. Quella sera mi sono emozionato nel momento in cui stavo cantando una frase di E ti vengo a cercare, ‘essere un’immagine divina’: è come se diecimila persone abbiano percepito quella parola nello stesso momento in cui io la cantavo, e si è squarciato qualcosa. Quello mi ha emozionato, quel preciso momento, togliendomi il respiro”.

Andiamo oltre, giungendo ora alla metà degli anni Novanta: è dell’album L’ombrello e la macchina da cucire – il primo nel quale i testi delle canzoni di Battiato vengono scritti dal filosofo Manlio Sgalambro – il misterioso brano Fornicazione, degno di nota anche per un interessante particolare: le quattro note che, affidate a un organo synth, incessantemente si ripetono dall’inizio del brano sono le stesse identiche che, con tempo grossomodo raddoppiato, disegnano la celebre colonna sonora del primissimo James Bond, Licenza di uccidere (1962). Ascoltare per credere.

Finiamo dunque la nostra inusuale e poco nota carrellata battiatiana con un ultimo brano appartenente al disco appena successivo, L’imboscata (1996): no, non è il blasonatissimo La cura bensì Di passaggio, meritevole tanto quanto l’altro di essere ascoltato più e più volte non solo per la sua forte carica rock e l’apertura affidata alla voce – rigorosamente in greco antico – di Manlio Sgalambro ma anche per un verso di incredibile bellezza: “Passa la gioventù, non te ne fare un vanto”, consapevoli che quella di Battiato non passerà mai.

Auguri Maestro e auguri anche a una nuova nata oggi, Sandra, figlia dell’amore di Marco e Flavia.