Il prossimo 22 marzo Ashoka Italia, dal 2014 il principale punto di riferimento nell’ecosistema italiano dell’innovazione sociale, presenterà i quattro «innovatori sociali che, rivoluzionando i settori in cui operano, hanno prodotto in Italia sia nuovi posti di lavoro che cambiamenti sociali ad alto impatto».

Ashoka, ancora poco conosciuta nel nostro Paese, è la più grande rete al mondo di imprenditori per l’innovazione sociale e fonda la sua filosofia sul pensare che il modo più efficace per risolvere i problemi dei nostri tempi sia quello di identificare chi già ha trovato delle soluzioni e di circondarli di alleati che possano contribuire a rendere la loro idea un modello replicabile e adattabile. Lo scopo di Ashoka non è quindi solo quello di massimizzare l’impatto sociale negli 89 Paesi in cui è presente bensì anche quello di creare alleanze trasversali capaci di cambiare interi sistemi. Per questo motivo da oltre trentacinque anni seleziona, forma e mette in rete più di 3.300 imprenditori sociali attivi in diversi settori e in diverse aree del globo.

Sin dal mio primo contatto con Ashoka Italia, ho immediatamente compreso come la loro visione si fondi su un assunto semplicissimo: ognuno di noi ha dentro di sé la leva per cambiare il mondo. Si tratta solo di scoprirla e utilizzarla partendo dal riconoscimento del problema e dalla sua trasformazione in sfida, prima, e soluzione, poi. Il tutto pensando sempre in maniera globale e affrontando gli ostacoli analizzandoli da diverse prospettive.

Riconoscendo nel lavoro svolto con l’Associazione 21 luglio un contributo capace di «trasformare il modo con cui le istituzioni italiane affrontano la marginalizzazione e la segregazione abitativa delle comunità rom», anche il nome del sottoscritto è stato inserito nella lista dei quattro innovatori sociali italiani che saranno presentati il prossimo 22 marzo.

Per comprendere a fondo cosa c’è dietro al riconoscimento di questa nostra attività dobbiamo però partire da un’analisi del “sistema campi rom, una specificità prettamente italiana.

Tutto ebbe inizio negli anni Ottanta, con l’arrivo delle prime famiglie rom dall’ex Jugoslavia del dopo Tito. Per loro – riconosciuti come “nomadi” e identificati come persone con una cultura irriducibilmente diversa – vennero allestite delle vere e proprie gabbie etniche al di fuori del tessuto cittadino; spazi chiusi e isolati, denominati appunto “campi rom”, divenuti negli anni enclavi soggette alle più varie forme di sospensione del diritto.

Marginalizzati da società e istituzioni, queste aree acquistarono ben presto la stigmate di territori elettivi della criminalità più o meno organizzata, ghetti dove coltivare interessi malavitosi e (Mafia Capitale docet) da cui ricavare lauti guadagni.

Data l’impossibilità morale e civica di ignorare una simile criticità, l’Associazione 21 luglio nasce con l’intento di lottare contro il “sistema campi”, un mostro urbano che oggi conta in Italia 26mila persone intrappolate in 148 “campi rom” progettati e gestiti dalle Amministrazioni e in altre centinaia di micro insediamenti informali.

Come affrontare una simile battaglia? Adottando due semplici principi: creare un movimento globale in grado di coinvolgere a tutti i livelli i diversi attori del “sistema campi” – proponendo ad accademici, amministratori, giornalisti e professionisti un radicale cambio di paradigma – ed eliminare la parola “cultura” dal vocabolario dell’inclusione. I rom, infatti, vivono nei campi non perché culturalmente diversi, ma perché cittadini poveri e soprattutto discriminati.

Il riconoscimento di Ashoka, dunque, premia la sfida lanciata dall’Associazione per capovolgere la visione culturale del nostro Paese nei confronti delle comunità rom segregate e marginalizzate. Sapendo che ieri e oggi è toccato a loro ma che domani potrebbe essere la volta di cittadini siriani scappati dalla guerra o di giovani senegalesi in fuga dalla povertà… e dopodomani, chissà, dei nostri figli o dei nostri nipoti.

Da questo punto di vista ci sentiamo idealmente vicini a Franco Basaglia, paladino della lotta al vecchio regime degli ospedali psichiatrici.

I manicomi, ieri. I campi rom, oggi. Due “istituzioni totali” che allontanano, escludono, annientano e controllano in spazi chiusi e separati. Istituzioni che rappresentano vergogne che il nostro Paese non è chiamato a nascondere come polvere sotto il tappeto bensì a mettere in luce e superare in quanto cartina tornasole del livello di democrazia e civiltà di uno Stato.

La nostra lotta per il cambiamento nasce proprio dalla convinzione che un Paese diverso sia possibile e dalla volontà di contribuire attivamente al suo cambiamento. Partendo però non da chi sta in cima ma proprio da chi è costretto fra gli ultimi.

Perché nella battaglia per i diritti umani iniziare dalla fine significa non lasciare indietro nessuno.