Avevo più volte incontrato, in momenti e luoghi distinti, Virginia Raggi e Chiara Appendino prima delle loro rispettive elezioni a sindaco. Avevamo illustrato buone pratiche e discusso studi accademici su come si sarebbe potuto procedere, in maniera realistica e sostenibile, al superamento delle baraccopoli rom nelle due città. Erano parse disponibili e interessate, assicurando conformità di vedute e un deciso impegno, una volta elette, verso azioni innovative e risolutive.

Ci eravamo illusi. Dopo le elezioni comunali, anche quando è stata la volta del Movimento 5 Stelle, tutto si è ridotto ad una bolla di sapone.

E così, fedelmente a braccetto, di fronte al tema della chiusura delle baraccopoli, le amministrazioni a 5 Stelle di Roma e Torino si sono incamminate verso la replica di storie già viste, sotto Ignazio Marino e sotto Piero Fassino, sotto Gianni Alemanno e sotto Sergio Chiamparino. Insomma, nulla di nuovo sotto il sole. Progetti, i loro, destinati verso  l’immancabile fallimento perché fondati su un approccio emergenziale, redatti da soggetti privi di qualsiasi competenza in materia, realizzati in assenza del coinvolgimento dei soggetti interessati.

Nel 2017 a stupirci era stata l’amministrazione Raggi. È stata subito assunta una super consulente che ha provveduto a stendere un Piano di inclusione con tanto di mentoring e mental coach. Il Piano – definito “da applausi” da Beppe Grillo – prevedeva di iniziare dall’insediamento di Camping River (da chiudersi nel settembre 2017) e poi, attraverso un bando europeo, con i due “campi” di Monachina e Barbuta. Il risultato è stato che, mentre lo stipendio della super consulente lievitava da 30mila a 55mila euro, il Camping River non si chiudeva, trasformandosi piuttosto in insediamento “abusivo” mentre sul campo della Monachina il bando è andato deserto. Le sorti del Piano sono ora in mano alla Croce Rossa, vincitrice del bando su La Barbuta, che con i suoi mental coach sarà chiamata da qui al 2020 a fare il “miracolo” di chiudere la baraccopoli convincendo i rom ad aprire start-up. Impresa al limite del tragicomico.

Nel 2018 è la volta della sindaca Chiara Appendino che nei giorni scorsi ha presentato il suo “Progetto speciale campi rom”. In due anni, assicura la sindaca, a Torino spariranno le baraccopoli rom. L’azione è semplice, quasi elementare. Nel primo anno si censiranno i rom espellendo dagli insediamenti autorizzati quanti non avranno i requisiti richiesti. Nel secondo, per quelli presenti nei “campi”, si punterà a individuare “percorsi di inclusione sociale e di nuove modalità di insediamento nel territorio urbano” senza escludere nuove sistemazioni in diverse aree sosta. Una marmellata di azioni disordinate e contraddittorie – alcune con evidenti tracce di incostituzionalità – fondate su una visione stereotipata e prive di sostenibilità.

A Roma come a Torino le sindache a 5 Stelle trattano la questione delle baraccopoli come due giocatori di Risiko potrebbero fare con i rispettivi “carrarmati”, spostandoli a colpi di dadi da un territorio all’altro in attesa della giocata vincente. Una giocata che non arriverà mai.

Un anno fa su queste pagine avevo scritto: “La Raggi copia lo sciagurato piano rom di Alemanno”. Oggi rivendico pienamente quest’affermazione allora fortemente contestata. Quando scrissi il post ero sinceramente convinto che questo fallimento annunciato fosse determinato dall’assenza di una minima competenza in seno alla macchina amministrativa della Capitale ma che alla fine era chiara la volontà della sindaca di andare comunque verso la risoluzione del problema. Oggi mi convinco che solo in parte avevo ragione.

Dietro il delirio di due “Piani” assurdi e scollati dal buon senso comune, c’è invece una visione del problema e della modalità per affrontarlo che poco si allontanano dal pensiero della destra xenofoba. La stessa che negli anni passati ci ha dimostrato che, quando incompetenza e razzismo si fondono, si ottiene un mix di sperpero di denaro pubblico (la ormai ex “Mafia Capitale”, non dimentichiamo nasce sotto la Giunta Alemanno) e violazione dei diritti umani, che in Italia ha avuto il suo apice nel corso dell’Emergenza Nomadi predisposta dall’allora Ministro dell’Interno Roberto Maroni.

Poi, quando ci si ritroverà di fronte al fallimento, saranno loro, le sindache dell’onestà e della trasparenza, a dire che rispetto ai loro predecessori loro non hanno rubato e che la colpa è sempre e comunque di chi tra il fango delle baraccopoli vuole testardamente continuare a vivere. In questi contesti, indifendibili capri espiatori sarà sempre facile trovarli.