Il gigante buono che sfida Trump. “Sono un immigrato anche io”. Guillermo del Toro è il corpo strabordante ma empatico che incarna il sintomo contro un’emergenza americana ad effetto domino. Forse anche per la nuova Italia di Salvini, oggi, sarebbe un intruso d’onore. La 90ma volta dell’Academy si è consumata così nel segno della “inclusion” che dopo gli onori black (Moonlight lo scorso anno) ha celebrato i latinos e i loro corpi. E il Messico quale sud del mondo dal punto di vista USA, mai è stato tanto protagonista come a questo giro. Gli Oscar registici a Cuaron e Iñarritu, infatti, non ebbero lo stesso “peso” politico, e in ogni caso mai un latino “immigrato” aveva trionfato come miglior film.

A ruota di Guillermone – preferito in termini di regia a talenti nettamente più puri come Paul Thomas Anderson e Christopher Nolan, ancora a bocca asciutta nonostante due opere magistrali – è arrivato il carro festoso di Coco, due statuette su due candidature, che celebra la famiglia e los muertos, dunque la memoria oltre la vita. E latina è anche la prima transgender presentatrice di una Oscar night – la cilena Daniela Vega – anche vincitrice in quanto protagonista assoluta del lungometraggio preferito fra i candidati stranieri, Una donna fantastica. È nella sua statuaria presenza – il suo corpo mutante – che si consuma la sintesi perfetta di questa “inclusion” urlata dal palco da Frances McDormand: una transgender straniera che celebra il femminile con tutta la forza possibile in una terra governata dagli uomini.

Fortunatamente il “women power” non si è vestito di nero, limitandosi a spillette #Time’sUp per tutti. D’altra parte è il tempo della sostanza, non più della forma. La raccolta di milioni di dollari a favore del movimento che sostiene le donne abusate in difficoltà è già un fatto. Ciascuna delle presentatrici e delle premiate, dalla veterana Eva Marie Saint alla post teen Jennifer Lawrence ha detto la sua, come da copione, quasi a non poter perdere finalmente la chance di celebrare ed auto-celebrarsi in una sacralità conquistata e meritata.

E tutto ciò che non era nel segno dell” “inclusion” è stato “escluso”: pochissimi British a questo giro nonostante diverse e valide candidature di film dal contesto britannico (Dunkirk, Il filo nascosto, Darkest Hour…), quasi una punizione per la Brexit. Le uniche due eccezioni agli “inevitabili” per talento e performance Gary Oldman e il genio della cinematografia Roger Deakins che ha illuminato Blade Runner 2049, altra opera incredibilmente trascurata dalle candidature pesanti. Prevedibilità, segnali di stanchezza in termini di ironia, e tanta voglia di fiaba “all inclusive”. E’ andata così, in attesa che un sano cinismo torni ad irridere. Goodnight, and good luck.

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