Siamo alla fine del 2017, quando i Carabinieri di Abbiategrasso, nel Milanese, sequestrano un grosso quantitativo di droga, destinato a uno spacciatore residente a Vigevano. I militari lo stanno pedinando da tempo, con l’ausilio di telecamere nascoste, perché il pusher è sospettato di legami con le cosche della ‘ndrangheta e con i trafficanti d’armi. L’uomo viene fermato e denunciato. Poi torna a piede libero. In questi giorni, al tribunale di Pavia, si è aperto il processo a suo carico. Ma durante le perquisizioni un dettaglio lascia sbigottiti i militari: all’interno di due sacchi pieni di marijuana, posti sotto sequestro, vengono ritrovati alcuni documenti d’identità. Sono di Lucrezia Mantovani, candidata alla Camera dei deputati con Fratelli d’Italia e nota per essere la figlia di Mario Mantovani, l’ex vicegovernatore della Lombardia a processo a Milano per corruzione, concussione, turbativa d’asta e abuso d’ufficio, indagato a Monza per corruzione nell’inchiesta sui rapporti tra politica e mafia, nonché coinvolto in un’altra vicenda giudiziaria, ancora a Milano, dove risponde di peculato e false fatture.

Come ci finiscono i documenti della candidata di FdI in mezzo alla droga? Se lo chiedono un po’ tutti, a cominciare dalla Procura di Pavia, che lo domanda alla diretta interessata, assistita dall’avvocato Roberto Lassini. La risposta: la carta d’identità è stata smarrita durante una serata in discoteca e il furto è stato in seguito denunciato. Resta un mistero quello che succede dopo: lo spacciatore, che sarebbe entrato in possesso di quei documenti per puro caso, avrebbe deciso di tenerli e di nasconderli nella marijuana. Capire per quale ragione lo abbia fatto non è semplice. Tanto più che l’imputato – accusato di ricettazione: rischia dai 2 agli 8 anni di carcere – non ha fornito spiegazioni convincenti in proposito.

Il Pubblico ministero titolare dell’inchiesta, in ogni caso, ha identificato Lucrezia Mantovani come persona offesa, invitandola a costituirsi parte civile. Ma la candidata, che avrebbe potuto procedere in tal senso all’udienza di fine febbraio, ha per ora deciso di soprassedere, rinunciando a chiedere i danni allo spacciatore. Quest’ultimo, peraltro, è di nuovo salito alla ribalta delle cronache pochi giorni fa: qualcuno, si suppone nell’ambito di un regolamento di conti all’interno della malavita locale, gli ha bruciato l’automobile.

Non è un periodo fortunato per Mario Mantovani. Escluso dalle liste di Forza Italia, non l’ha presa bene e ha traslocato armi e bagagli da Giorgia Meloni, chiedendo alcuni posti per i suoi fedelissimi. Per sua figlia Lucrezia e pure per Giuliana Soldadino, consigliere comunale a Cuggiono, dipendente di Regione Lombardia e ora candidata per un seggio al Pirellone. Un’avventura cominciata male, perché Soldadino ha infilato una gaffe dietro l’altra. Nel novembre 2017, commentando su Facebook la nuova inchiesta su Mantovani (accusato di aver sottratto soldi alle Onlus attraverso un meccanismo di affitti fittizi) ha definito il magistrato che indaga “parassita, frustrato e fallito”. Non paga, di recente ne ha combinata un’altra: ha spedito agli indirizzi di posta elettronica dei suoi colleghi un’accorata mail per chiedere “una mano”. Come? “Votando e facendo votare Fratelli d’Italia” senza dimenticare di “scrivere Soldadino di fianco al simbolo”. Risultato: proteste dei lavoratori e reclami formali alla segreteria generale del Pirellone per segnalare “la violazione delle regole”.