Legati dall’appartenenza allo stesso territorio (e pure allo stesso processo), volevano entrambi tornare a Roma. Il leghista Massimo Garavaglia, ex braccio destro di Roberto Maroni, ce l’ha fatta; il ‘berlusconiano’ Mario Mantovani, ex vicegovernatore della Lombardia, invece no. E non l’ha presa bene, abbandonando gli ‘azzurri’ dopo oltre vent’anni e preparando il trasloco in Fratelli d’Italia, dove porta in dote la figlia Lucrezia, candidata in extremis alla Camera con il partito di Giorgia Meloni. Ma tanti altri casi, in provincia di Milano, fanno discutere: nella Lega, in Forza Italia, nel Movimento 5 Stelle, in Liberi e Uguali e persino in CasaPound.

Cominciamo da Garavaglia, che è sotto processo a Milano per turbativa d’asta. La vicenda riguarda una gara da 11 milioni di euro indetta da Regione Lombardia, di cui il leghista è assessore al Bilancio, per il trasporto degli ammalati dializzati. Secondo la Procura, nel 2014, Garavaglia si è attivato per fermare illecitamente l’assegnazione del servizio, perché le Croci dell’Altomilanese, territorio nel quale l’assessore regionale vive e fa politica, erano stato escluse. Un sms del politico leghista all’allora vicegovernatore e assessore alla Sanità, Mario Mantovani, avrebbe innescato l’intervento del capo dell’Asl e il conseguente annullamento di una gara regolare. Ma Garavaglia ha pure un altro fronte giudiziario aperto, raccontato da ilfattoquotidiano.it in esclusiva nel luglio 2015: è indagato per una falsa testimonianza che avrebbe reso al processo sui rapporti tra la politica lombarda e la ‘ndrangheta, che portò alla condanna a 13 anni e 6 mesi di carcere dell’ex assessore della giunta Formigoni, Domenico Zambetti, per voto di scambio con la mafia. Garavaglia, in quell’occasione, fu chiamato a riferire circa una causa tra un comune del Milanese e il Consorzio Cav.To.Mi., la società che costruì una tratta lungo l’asse Milano-Torino del treno ad alta velocità. In sintesi, l’ex braccio destro di Maroni sarebbe intervenuto su un amministratore locale per convincerlo a non procedere contro il Consorzio, a sua volta accusato di aver provocato un danno da 400mila euro per escavazioni non autorizzate. Da 5 marzo Garavaglia, che due settimane fa avrebbe confidato ai colleghi di giunta di essere preoccupato per il processo in corso, potrà guardare ai suoi guai giudiziari con più serenità, dal momento che Matteo Salvini lo ha piazzato nel collegio ‘blindato’ di Legnano.

Diverso il caso di Mantovani, imputato assieme a Garavaglia per turbativa d’asta, ma anche per corruzione, concussione e abuso d’ufficio, nonché indagato a Monza per corruzione nell’inchiesta brianzola sui legami tra amministratori locali e imprenditori in odor di ‘ndrangheta e indagato, di nuovo a Milano, per peculato e false fatture in un’indagine sul denaro (anche pubblico) sottratto dal politico di Forza Italia alle Onlus e alle cooperative sociali a lui riconducibili mediante una serie di affitti fittizi. Nonostante Mantovani fosse un fedelissimo di Berlusconi, Forza Italia l’ha escluso dalle liste. E lui – che in un video qualche giorno fa aveva giurato fedeltà a Silvio: “Deciderà Berlusconi e noi ci adegueremo” – non ha gradito: “Questo partito non merita più il nostro impegno e il nostro cuore”. Per poi rivolgersi su Facebook ai suoi elettori: “Messi alla porta da Forza Italia e dovendo sostenere un nuovo leader nel centrodestra, chi indichereste tra Meloni, Parisi, Salvini e Lupi?”.

Finale scontato, il giorno dopo: “Prendo atto – scrive oggi Mantovani – delle vostre indicazioni per Giorgia Meloni. Avvierò subito i contatti opportuni”. In realtà, questa sorta di consultazione on line ha il volto di una grande finzione, perché l’ex delfino di Silvio, già ieri, aveva deciso di traslocare in Fratelli d’Italia. Non a caso le liste del partito di Meloni erano state riaperte per inserire nel listino della circoscrizione Lombardia 1 Lucrezia Mantovani: la figlia 32enne del politico pluri indagato, benché priva di qualsivoglia esperienza politica, è in ottima posizione, al secondo posto dietro Carlo Fidanza. Per essere eletta, però, FdI deve arrivare attorno al 6-7 per cento nell’Altomilanese. Opzione possibile, se Mantovani trasferirà una fetta importante dei suoi elettori (che sono tanti): nel 2013 alle Regionali fu il primo degli eletti con 15 mila preferenze) da Forza Italia a Fratelli d’Italia. Le operazioni sono già in corso.

Altre polemiche scuotono i partiti in provincia di Milano, dove due sindaci appena eletti sono pronti a dimettersi per una poltrona più importante. Corre per un posto al Senato con Liberi e Uguali il primo cittadino di Canegrate, Roberto Colombo. È in carica da appena 16 mesi. Stessa situazione per Christian Garavaglia (Forza Italia), sindaco di Turbigo, già noto alle cronache per le sue simpatie nei confronti dell’estrema destra e per le sue antipatie nei confronti della libertà di stampa: arrivò al punto di chiedere al prefetto di bloccare la pubblicazione di un giornale. Eletto nel 2016, è pronto a rimandare il suo comune al voto pur di volare al Pirellone: è in attesa della conferma della sua candidatura.

In casa Lega, invece, si registra più di un malumore per il cumulo di poltrone di Silvia Scurati, pupilla dell’ex assessore regionale Davide Boni: è consigliere comunale a Bareggio, è vicesindaco a Corsico e ora si prepara a correre per un posto in Regione. Identici mal di pancia anche in CasaPound, dove il leader dell’Altomilanese, Stefano Casari, ha preteso e ottenuto di essere l’unico candidato, sia alla Camera sia al Pirellone. Da ultimo, lo strano caso del ‘grillino’ Francesco Ippolito, di Bareggio, agita le acque nel Movimento 5 Stelle: candidato alle ‘parlametarie’ per il Senato ed escluso dal voto on line, i militanti si sono ritrovati il suo nome nel collegio uninominale della Camera, dove sfiderà, tra gli altri, l’animalista Michela Vittoria Brambilla. Capire come ciò sia stato possibile è un mistero.