Condanna a un anno e due mesi di reclusione per il “re” del legno brianzolo, Mario Barzaghi, titolare della Effebiquattro di Seregno, già vice presidente di Confindustria Monza Brianza. Con le stesse accuse, di violenza privata contro il giornalista dell’Espresso Fabrizio Gatti, è stata condannata a 8 mesi di reclusione anche la figlia Giovanna. La sentenza è stata letta nella tarda mattinata di oggi, martedì 27 febbraio, dal giudice del tribunale di Monza, Letizia Brambilla. Il 10 aprile del 2013 Gatti, che stava svolgendo un’inchiesta sulle infiltrazioni della malavita al nord favorite dalla pressante crisi economica, si è recato negli uffici dell’azienda di Seregno per incontrare Barzaghi.

Ma le incalzanti domande del cronista hanno fatto precipitare la situazione, in particolare dopo che l’inviato dell’Espresso ha chiesto lumi rispetto ai presunti legami in affari tra una società controllata dal clan dei Casalesi e la “+ Energy”, una società di nuova costituzione che importava pannelli fotovoltaici dall’Asia nella quale figurava come socio anche il titolare della Effebiquattro. A un certo punto, durante l’intervista, mentre le richieste si erano fatte sempre più stringenti e circonstanziate, Barzaghi è andato su tutte le furie, pretendendo dietro minaccia la restituzione del nastro registrato dal giornalista. In pochi minuti, la situazione si era fatta talmente tesa che si è reso necessario l’intervento da parte dei carabinieri. E da lì in un lampo si è passati alle carte bollate e alle aule di tribunale.

Dopo l’uscita dell’intervista Barzaghi ha chiesto un risarcimento danni pari a 28 milioni di euro, ma in primo e in secondo grado le richieste sono state respinte. Nei giorni scorsi in udienza avevano già riferito sia Barzaghi che la figlia: “Ha iniziato l’intervista con l’inganno – ha raccontato Giovanna Barzaghi – perché avrebbe dovuto raccontare la crisi del legno, come ci aveva detto, ma poi ha iniziato a chiedere informazioni su +Energy. Sosteneva che la società fosse collusa con la camorra. Mio padre ha avuto una reazione forte, ma bisogna capirlo. Nessuno lo ha toccato, nessuno lo ha sequestrato, nessuno gli ha impedito di andare via”. “Gli dissi – ha invece riferito in aula Mario Barzaghi – che non doveva andare via e che doveva aspettare i carabinieri. Ero caduto in una trappola. Dissi ai carabinieri che dovevano sequestrargli la cassetta. Continuava a ripetermi che avevo un legame con la camorra e per me era inaccettabile. Mi sono fatto da solo, partendo dalla gavetta, adesso ho 90 dipendenti”. La Procura di Monza, rappresentata dal Vice Procuratore Onorario Luigi Pisoni, aveva richiesto sei mesi di reclusione e l’assoluzione per la figlia: il giudice ha aumentato sensibilmente la richiesta iniziale dell’accusa, condannando anche la figlia. L’avvocato difensore, Donatella Rapetti, dello Studio Della Valle, ha già preannunciato ricorso: “Una sentenza assurda per le pene erogate – ha detto – aspettiamo di vedere le motivazioni, ma sicuramente faremo ricorso in appello. Spropositata la pena anche per la figlia che si limita a dire al giornalista di fermarsi per aspettare l’arrivo dei carabinieri”.