La recente vertenza sui lavoratori della Embraco ha visto il ministro Carlo Calenda prendere una posizione molto dura nei confronti dell’azienda che si rifiuterebbe di portare la trattativa su toni ragionevoli dimostrandosi insensibile al valore delle persone e fortemente carente sotto il profilo della responsabilità sociale dell’impresa. Il passaggio successivo ha visto un colloquio con il commissario Vestager per verificare che non ci siano stati aiuti di Stato illegittimi e valutare la possibilità di avviare un fondo straordinario in deroga alla normativa sugli aiuti di Stato che consenta di ammortizzare gli effetti sociali delle delocalizzazioni produttive verso i paesi dell’est.

Premesso che è perfettamente legittimo da parte del ministro perseguire la politica industriale che ritiene più opportuna c’è una questione di fondo, più generale che mi pare non sia stata discussa e che va al di là della singola vertenza. Prima di evidenziarla, stante anche la delicatezza della materia, vorrei ribadire la massima solidarietà ai lavoratori che in questi giorni vedono in pericolo la propria stabilità e augurarmi che ci possano essere delle soluzioni che riducano il più possibile l’impatto sociale connesso a questa vicenda specifica.

La domanda scomoda è la seguente: se abbiamo i costi del lavoro e il fisco di un paese ricco e sviluppato, come pensiamo di poter competere su produzioni che ormai sono alla portata dei paesi in via di sviluppo? Al netto delle possibili irregolarità che la Vestager non mancherà di censurare e gestire auspicabilmente le criticità più urgenti con un eventuale fondo che ammortizzi la transizione, dove andiamo dopo?

Come opportunamente evidenziato anche nelle dichiarazioni del ministro, la concorrenza tra giurisdizioni è questione complessa ed un problema non solo italiano, tuttavia e questa obiezione è più per i candidati alle prossime elezioni e per commentatori che non per Calenda, qualcuno si è accordo che perdiamo su tutti i fronti?

Da una parte, i paesi ricchi ed avanzati, ci sottraggono i cosiddetti “cervelli”, dunque i lavoratori (e i contribuenti e consumatori) con avanzate competenze tecniche e reddito elevato che non trovano in patria adeguate opportunità per esprimere il proprio potenziale, che invece all’estero si realizza e contribuisce al benessere delle nazioni che li accolgono. Dall’altra, i paesi meno sviluppati sono sempre più in grado di competere nelle produzioni che costituivano la spina dorsale del nostro apparato industriale.

Dunque se è una realtà di cui prendere atto che nel presente globale i cittadini più ricchi e istruiti si muovano con una certa frequenza, seguendo percorsi professionali e inclinazioni personali, così come le attività produttive si spostino non solo verso le giurisdizioni, ma anche e soprattutto verso le tecnologie (Amazon, Aibnb, Uber) e forme contrattuali (lavoro a chiamata etc) più convenienti, è una questione del tutto aperta capire come il nostro sistema economico possa posizionarsi in questo scenario.

Ci si potrebbe interrogare sulle responsabilità della politica miope e opportunista che, mirando a manutenere il consenso presente, ha ipotecato il futuro del nostro paese, ma preferisco rimanere sulle domande scomode, seguendo il filo di quella inizialmente posta al ministro Calenda:

1. E’ meglio ostinarsi a difendere produzioni sulle quali competiamo con paesi in meno sviluppati oppure dovremmo guardare alle attività prevalenti nei paesi con costo del lavoro e fisco più simili al nostro?
2. Cosa possono fare la politica e lo Stato per arginare l’esodo di lavoratori e imprese? Per rendere meno difficile la vita a chi ha voglia di lavorare e produrre per creare valore per la collettività?
3. Quanta parte del problema è legata alla ridondanza di un apparato statale che assorbe risorse ingenti, concorre in modo sleale in numerosi comparti economici e promuove normative disfunzionali e inefficienti?
4. Dove ci porterà il percorso declinante di carattere politico, sociale ed economico su cui siamo avviati e del quale nessuno sembra seriamente interessato a discutere?

@massimofamularo