No ma cantatela ‘na canzone di Baglioni” è stata la battuta più ricorrente in questi giorni sanremesi. Mettiamola così: abbiamo ripassato buona parte del repertorio della terza media, grazie. Tanto, ma proprio tantissimo amore: magliette fine tanto strette al punto che, parole nuove da cercare, ganci in mezzo al cielo, balliamo ancora dai massì è lo stesso. Eppure nel bagno di melassa adolescenziale (”Me so magnato er fegato” e “Porta portese” non le abbiamo sentite)  a trionfare sono stati i ragazzi dello Stato sociale (per una volta nomen omen non è una citazione a cazzo).

Sono arrivati secondi, ma sono i vincitori morali. Gli astiosi hanno attribuito il successo del gruppo alla (strepitosa) performance della ballerina di salsa acrobatica Paddy Jones, 83 primavere e invidiabilisssime giunture. Ma intanto: pensateci voi a trovare “la vecchia che balla”. E poi: era un bellissimo paradosso generazionale. Chi li ha paragonati a Gabbani ha preso una cantonata: i suoi testi sono collage impressionisti. Ma soprattutto Gabbani è il motivo per cui lo Stato sociale non poteva vincere quest’anno (li percepivano simili, erroneamente ma vabbè).

I fuori quota (dai Subsonica agli Afterhours) non sono una novità a Sanremo. In questa edizione lo Stato sociale ha interpretato il ruolo in maniera intelligente (si sono molto contenuti), divertente (è il motivo più trascinante di questa edizione) e soprattutto attuale: la canzone sul lavoro, in un momento storico in cui i diritti del lavoro sono stati sistematicamente smantellati (dai governi di tutti i colori, sinistri compresi) ha un valore doppio. Il successo festivaliero aumenterà la loro fama e, speriamo, anche la popolarità dei loro testi. Ne prendiamo alcuni a caso (quelli che ci ricordiamo all’1 e 43 di sabato notte): “odio il capitalismo”; “bisogna essere lavoratori flessibili, come ergastolani in tournée ma molto più sorridenti”; “c’è la crisi, c’è la crisi: da domani acquisto solo cacciabombardieri”. Chissà che al famoso pubblico a casa non resti qualcosa.

In un pezzo del 2012 sul Fatto – raccontando il loro ep d’esordio, Turisti della democrazia (titolo meraviglioso) -avevamo scritto: “Un sincero democratico obietterebbe: manca la pars construens. Ma non si vede perché a proporla dovrebbe essere un gruppo di venticinquenni con il sintetizzatore: mica siamo a Sanremo”. Adesso che sono cresciuti l’hanno fatto proprio a Sanremo: parafrasando il titolo di un brano di quell’album, speriamo che continuino a rompere il cazzo (a tutti).