SERATA FINALE. Una settimana in crescendo, macinando record su record, e il gran finale che tutti si aspettavano. Da Ultimo (forse il pezzo più bello di tutto il Festival) al trionfo annunciato di Meta-Moro, tutto va come deve andare. Persino i contrattempi (Baglioni che sbaglia il titolo del primo brano, l’orchestra che s’inceppa un paio di volte, i risultati che mancano alla fine) non guastano il copione. Ospiti ridotti al minimo, nessun comico (se non la telefonata di Fiorello), tutta la luce dei riflettori puntata sui cantanti. La gara (appassionante fino all’ultimo) ne guadagna e il pubblico gradisce. Il “dittatore artistico”, del resto, l’aveva detto: “Riporterò al centro la musica”. È stato di parola. VOTO: 7,5

PIERFRANCESCO FAVINO. Entra nella storia di Sanremo con un monologo spacca-schermo. Nell’Italia dei fatti di Macerata e della politica balbettante (quando va bene), ha il coraggio di portare sul palco più conservatore che ci sia un testo contro il razzismo che lui conosce a memoria (lo aveva già recitato a teatro). Ma un conto sono gli 800 posti a sedere dell’Ambra Jovinelli, un altro i 10 e passa milioni di telespettatori della finale di Sanremo. Sex symbol e marito ideale, in una settimana è passato da Despacito a Koltés, cantando, recitando e presentando. È lui il vero vincitore di questo Festival. VOTO: 10