Anche quest’anno il rap è rimasto fuori da Sanremo. Un gran peccato visti i numeri e il seguito che si sta ritagliando nell’ultimo tempo a suon di streaming e views su Youtube. Certo, si potrà facilmente obiettare che nelle scorse edizioni sul palco dell’Ariston si sono esibiti artisti come Rocco Hunt, Clementino, Frankie Hi-NRG, Jovanotti e che quest’anno potremo apprezzare la versatilità di Mudimbi e la vena cantautorale di Ghemon.

Eppure si ha la sensazione che il rap per approdare a Sanremo debba scendere sempre a compromessi. Debba rientrare in quel mondo sicuro e ovattato fatto di sorrisi, interviste, smoking tipico della più importante kermesse della musica italiana. Perché limitare così tanto questi artisti? Certo Sanremo offre grandissimi vantaggi tra cui (il più importante)  una sconfinata esposizione mediatica. I rischi però sono dietro l’angolo. La storia di Rocco Hunt insegna: dopo il successo con Nu juorno buono l’artista campano si è un po’ perso.

Come reagirebbe il pubblico italiano se sul palco salisse Ghali a cantare la sua ultima “Cara Italia” ( il debutto di maggiore successo di sempre su YouTube per il video di un artista italiano) o Sfera Ebbasta a infiammare l’Ariston a colpi di autotune? Oppure di fronte a un live super coreografico di Salmo? Artisti che potrebbero risultare fuori luogo e incomprensibili per alcune fasce di pubblico. Però perché non provare?

Una delle critiche ricorrenti (e noiose) al Festival è quella di essere un prodotto poco attraente per i giovani. Perché non scommettere quindi su questi artisti? Limitare così tanto questo genere può essere controproducente. Molti rapper non accettano di andare a Sanremo (vedi Fabri Fibra) per paura di passare come “commerciali” oppure essere fraintesi.

Perché non rimescolare le carte? Ne uscirebbe uno show più intrigante, originale e innovativo. Vedremo se qualcosa potrà cambiare in futuro. Intanto non resta che godersi le performance di Mudimbi e Ghemon.

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