Cosa ci facciano in coppia Sting e Shaggy sul palco di Sanremo 2018 è una sorta di quarto segreto di satira con la madonna di Fatima ad osservare impaziente. Già, c’è l’album da promuovere, in uscita ad aprile prossimo (“44/876”), ma questo che c’entra? L’anima dei Police e il re del reggaemuffin devono omaggiare la canzone italiana. L’ha detto Tutankhamun Baglioni. È una regola ferrea. La terza tavola sul monte Sinai angolo Bordighera. Possiamo dirla tutta? Sting non ne azzecca più una dai tempi di Brand New Day. Era il 1999. Per carità, Gordon Matthew Thomas Sumner è uno dei pilastri della musica contemporanea. Apparente easy listening orecchiabile e globale, in profondità sperimentazione seria a livello melodico. Nessuno vuole sottostimare Sting. Ultimamente, facciamo negli ultimi 15/20 anni, si è però parlato di lui soprattutto per le sette ore di sesso tantrico. Una bufala. Inglesissima.

C’erano lui, Bono e Bob Geldof. Trudie Styler aveva mal di testa e dormiva. Serata ad alto tasso alcolico. I tre buontemponi immaginano cosa sarebbe fare sesso per ore. E da quel consesso di menti musicali esce il bufalone del secolo. La figlia di Sting dà la colpa a Geldof. La frase incriminata all’origine era frantic sex non tantric. Frenetico non tantrico. Ma tant’è, la leggende monta. Cresce. Da quel dì appena senti le note di Englishman in New York ti immagini queste perenne performance di Sting nelle stanze della sua tenuta Il Palagio. Poi ci sono lo yoga che il 67enne ex insegnante d’inglese pratica con una frequenza oraria maggiore di quella del frantic sex, e un po’ di sana supponenza britannica che non lo rendono di certo un simpaticone da rimpatriate.

Infine ecco Shaggy. La folgorazione sulla via di Damasco. Chiaro, certo. All’alba dei Police c’erano parecchie nuance ritmiche vagamente reggae. Ci si sarà collegati lì. Del resto anche di Shaggy, 49 anni da Kingston, Giamaica, almeno qui in Italia si sono ballati fino allo sfinimento Boombastic e per dei veri intenditori da discoteca It wasn’t me. Siamo sempre a tiro di Sting. Fine anni novanta. Ora Sanremo. Claudio Baglioni al piano. L’orchestra di professori della Rai che per correre dietro allo sfrenato groove de Lo Stato Sociale mette gli occhiali da sole. Prevediamo per Sting e Shaggy un coro solenne sulle strofe de l’Ave Maria (i due soprattutto sulla Maria se ne intendono più di J-Ax) oppure un candido trotterellare nel ritornello di Nel blu dipinto di blu. Meno quotati Il ballo del qua qua (Sting che imita il becco delle paperelle con le mani sarebbe da urlo) e La terra dei cachi (anche se Shaggy starebbe bene tutto argentato come i Rockets). Al palco dell’Ariston l’ardua sentenza. Si spera prima di mezzanotte.