Luca Traini, l’uomo che sabato mattina ha sparato a bordo di un’auto contro alcuni immigrati per le strade di Macerata, è in carcere a Montacuto con l’accusa di tentata strage aggravata dalle finalità di razzismo. Proprio per questo motivo ora si trova in isolamento, “tenuto accuratamente lontano anche da altri detenuti di colore” dicono dalla casa circondariale: lì è infatti rinchiuso anche Innocent Oseghale, il nigeriano presunto assassino di Pamela che ha ispirato in Traini la follia razzista e la volontà di farsi giustizia da solo. Nella casa dove viveva a Tolentino, i carabinieri hanno sequestrato una copia del Mein Kampf, una bandiera con la croce celtica e altre pubblicazioni riconducibili all’estrema destra. Gli investigatori hanno portato via anche i computer dell’uomo per verificare se vi siano elementi utili alle indagini ma, spiegano, i fatti sembrano ormai abbastanza chiari: Traini avrebbe maturato l’intenzione di compiere la strage negli ultimi giorni, subito dopo l’assassinio di Pamela Mastropietro, la ragazza romana, allontanatasi il 29 gennaio da una comunità di Corridonia, il cui corpo è stato trovato smembrato e chiuso in due trolley nelle campagne del Maceratese.

Una strage da lui stesso annunciata. Dopo aver preparato la sua pistola Glock con due caricatori, la bandiera tricolore e il porto d’armi infatti, sabato mattina è salito a bordo della sua auto e ha lasciato Tolentino, la città dove viveva con la nonna e la madre, diretto a Macerata. Ha imboccato la superstrada numero 77 e lì ha fatto una sosta all’autogrill: dopo aver ordinato un caffè si è rivolto alla barista e le ha detto: “Ciao, vado a Macerata a fare una strage“. A raccontarlo è lo stesso Traini nelle dichiarazioni spontanee che ha rilasciato in caserma. Le sue parole, riportate dal Corriere della Sera, sono lucide e spietate: “Stavo andando in palestra in macchina, quando alla radio ho risentito la storia della 18enne — ha detto ai carabinieri —. D’istinto ho fatto dietrofront, sono tornato a casa, ho aperto la cassaforte e ho preso la pistola. Ho deciso di ucciderli tutti“.  Dalle indagini condotte dai carabinieri coordinati dalla procura guidata da Giovanni Giorgio è emerso che Traini aveva un permesso per detenere la pistola con cui ha sparato per uso sportivo. Per questo gli è stato contestato anche il reato di porto abusivo d’arma.

Dopo aver sparato all’impazzata per le vie di Macerata, ferendo sei persone, Luca Traini è stato fermato dai carabinieri mentre, avvolto nella bandiera tricolore, faceva il saluto romano sugli scalini del Monumento ai Caduti. Ha lasciato la caserma all’una di notte di domenica, dopo un lungo interrogatorio. Nel corso delle ore passate nella caserma dei Carabinieri di Macerata, Traini è apparso lucido e determinato: “non ha mostrato alcun rimorso – sottolineano fonti investigative – per quel che ha fatto, non ha accennato alcun passo indietro né ha mostrato pentimento“. Gli investigatori hanno anche accertato definitivamente che non vi era alcun collegamento né tra i feriti e Traini né tra i sei bersagli dell’uomo e Innocent Oseghale, il nigeriano accusato di aver ucciso e fatto a pezzi Pamela. Persone scelte a caso che potevano essere molte di più: nell’auto dell’uomo, infatti, sono stati trovati molti altri proiettili che non sono stati utilizzati. Nelle prossime ore dovrà invece essere chiarito se, come dice un amico di Traini, l’uomo fosse in cura da uno psichiatra. Al termine, è uscito a testa alta e sguardo dritto davanti a sé non ha detto una parola ai cronisti che erano ad attenderlo.

La diciottenne che voleva vendicare era Pamela Mastropietro. Della sua morte è accusato uno spacciatore nigeriano di 29 anni.  Una vicenda che aveva colpito molto Traini, che in passato aveva avuto una relazione con un’altra ragazza tossicodipendente, e che da qualche mese si era avvicinato agli ambienti di estrema destra di Casa Pound e Forza Nuova. Nel 2017 era stato candidato con la Lega Nord alle comunali di Corridonia: foto ricordo con Matteo Salvini e come programma elettorale proprio il “controllo degli immigrati“. Non prese neanche un voto e questo lo portò ad estremizzare ulteriormente le sue posizioni politiche: sulla testa rasata, si era fatto tatuare in gotico nero un dente di lupo, simbolo nazista. E proprio “Lupo” si faceva chiamare dagli amici e dai conoscenti. Era stato cacciato dalla palestra che frequentava, perché covava un’odio razziale sempre più profondo nei confronti degli immigrati, che riteneva i veri responsabili della crisi economica in Italia. Crisi che gli aveva fatto perdere il lavoro da buttafuori a cui teneva moltissimo, tagliandolo fuori da quel mondo fatto di locali alla moda e discoteche di lusso per consegnarlo a impieghi saltuari e precarietà.