Quasi mille vittime. Nei cinquant’anni in cui si è commemorato, anno dopo anno, l’alluvione di Firenze del 4 novembre 1966, 950 persone sono morte a causa del dissesto idrogeologico. Dopo l’autunno che ha fatto 8 morti a Livorno, la protezione del territorio entrerà nella campagna elettorale? Attraverso una raccolta di firme che ha già superato quota 15mila, gli studiosi del Gruppo italiano di idraulica, del Consorzio interuniversitario per l’idrologia e del comitato Firenze 2016 rinnovano l’appello. Ricordando, in estrema sintesi, che difendersi dal rischio idrogeologico si può, ma bisogna volerlo: “La comunità scientifica ha chiaramente dimostrato che la difesa dalle alluvioni del territorio italiano è possibile, a patto che sia attivata un’efficace programmazione ed un’efficiente azione tecnica finalizzate alla prevenzione ed all’educazione dei cittadini, con un approccio che consideri i rischi naturali nella loro globalità”, si legge nella petizione. “In questo Paese non c’è la cultura del presidio del territorio e le conoscenze sul dissesto idrogeologico sono rimaste ferme al 1966”, spiega a ilfattoquotidiano.it il presidente del Gruppo italiano di idraulica e docente universitario Pierluigi Claps, con le altre associazioni della petizione aveva già denunciato queste criticità in una lettera aperta al presidente del Consiglio Matteo Renzi nel 2016.

Le falle del sistema
Nel testo della raccolta di firme gli studiosi chiedono anche di istituire, il 4 novembre, la giornata nazionale delle vittime delle alluvioni. Un possibile punto di partenza per cambiare, ricominciando questa volta dal basso, l’approccio italiano a un tema che il nostro Paese, con oltre l’88 per cento dei Comuni a rischio frane e alluvioni, non può permettersi di ignorare. “L’obiettivo è aumentare la consapevolezza delle persone su un tema fondamentale per il territorio italiano”, aggiunge il docente. Claps insegna Costruzioni idrauliche e protezione del territorio al Politecnico di Torino e nella sua carriera universitaria ha visto tagliare il presidio pubblico capillare e locale del territorio, sorgere sdoppiamenti nella rete di monitoraggio che non fanno bene a casse statali e sicurezza, affievolirsi i soldi destinati alla ricerca scientifica in questo ambito. Tutte falle che ora, secondo gli scienziati del Gruppo italiano di idraulica, vanno risolte se si vogliono veramente veder diminuire i numeri degli episodi di dissesto e soprattutto delle vittime.

Via il presidio capillare sul territorio
Presi dalla furia dei tagli, spiega Claps, “spesso si è buttato via il bambino con l’acqua sporca”. È avvenuto per esempio nel caso dei gruppi di lavoro nazionali sul rischio idrogeologico: una rete di un centinaio tra università, centri di ricerca e sedi del Cnr in collegamento con la Protezione civile, in grado di tenere sotto controllo il territorio e lanciare allarmi quando necessario. Erano “capaci di garantire un continuo trasferimento della conoscenza dall’accademia al mondo delle professioni e la presenza attiva di una massa critica di ricercatori e di università operanti in modo sinergico su tematiche di difesa del suolo”, ma da oltre 15 anni non sono più operativi, per mancanza di adeguati finanziamenti, spiega la petizione. Così, se il rapporto tra Protezione civile e Cnr è rimasto, la rete di presidio sul territorio è stata smantellata: “Soprattutto al Sud, le università erano all’avanguardia in questo – aggiunge il professore – ma tutte queste competenze sono andate perse. Ora in queste regioni l’organizzazione è carente e un monitoraggio di questo tipo non c’è più”.

Conoscenze scientifiche ferme 
Se quindi dei 100 centri di ricerca iniziali adesso a collaborare con la Protezione civile ne sono rimasti, spiega Claps, solo sette o otto, anche la ricerca scientifica ne ha risentito: “Non si è andati particolarmente avanti sulla conoscenza scientifica del rischio idrogeologico. Nonostante negli anni passati l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano abbia più volte evidenziato questa necessità, a livello nazionale constatiamo che non ci sono i riflettori accesi sul problema”. Alcune risorse sono previste nel Programma nazionale della Ricerca per le regioni del Sud, ma a livello complessivo “manca una regia e i soldi non ci sono da anni”. In assenza di fondi e attenzione politica, un gruppo di scienziati italiani ha deciso di organizzarsi in autonomia, per mettere a frutto le proprie competenze e non rimanere a guardare mentre l’Italia si sgretola e si allaga sotto i loro occhi: così è nato il Gruppo alluvioni, composto da un centinaio di studiosi su una ventina di poli scientifici diversi. Un lavoro autonomo, spontaneo e totalmente autofinanziato, che parla del valore civile della ricerca in un Paese che troppo spesso la abbandona a se stessa.

Soldi usati male
Oltre ai presidi locali, a mancare è anche l’omogeneità, con il risultato che anche i soldi che ci sono vengono usati male. Sul fronte del monitoraggio, al problema economico si sommano le ben più gravi carenze di organizzazione tra i vari livelli della pubblica amministrazione. “In regioni come la Sicilia e la Sardegna esistono due reti simili e concorrenti. Gli enti non riescono a mettersi d’accordo su quale debba essere il soggetto unico responsabile di questa attività”, denuncia Claps. Così, la rete di monitoraggio nazionale manca di uniformità, cosa che porta a non spendere bene i soldi destinati a questa iniziativa.

Zero euro per il dissesto in Casa Italia
E anche all’interno del piano Casa Italia, uno dei cavalli di battaglia del governo Renzi lanciato all’indomani del terremoto in Centro Italia, per Claps servirebbe un’integrazione per accendere l’attenzione anche su frane e alluvioni: “La problematica da affrontare non è solo quella del rischio sismico, mentre nel documento di lavoro la parte sul dissesto idrogeologico è marginale e nel gruppo di esperti coinvolti, tra 40-50 nomi non c’è nemmeno un ingegnere idraulico. Nella proposta di incentivazione neanche un euro è dedicato a promuovere interventi di mitigazione del rischio idrogeologico, mentre è importante che il cittadino si senta più sicuro anche su questo fronte”.

Serve più consapevolezza
E qui torniamo al tema della consapevolezza delle persone. Uno strumento messo in campo dalla studentessa di Ingegneria dell’università di Cagliari Maria Laura Pala è il sito web Fattoreacca.it, per informare i cittadini sui rischi legati all’area dove vivono. Tra le iniziative promosse dal sito c’è anche “Adotta un tombino”: se la pubblica amministrazione da sola non riesce a garantire la sicurezza dei cittadini, è il ragionamento, allora bisogna ripartire con azioni dal basso. Un altro strumento che secondo Claps potrebbe aumentare la consapevolezza dei cittadini è il fascicolo del fabbricato, che il Consiglio nazionale degli ingegneri chiede da tempo. Sarebbe una specie di identikit dell’edificio dal punto di vista dei rischi idrogeologici, in modo che chiunque si trovi a soggiornarvi abbia le informazioni basilari sui possibili pericoli in caso di frana o alluvione. “È la sicurezza che costa poco: fare il fascicolo sarebbe economico, perché basta il sopralluogo di un tecnico, ma potrebbe salvare persone”.