Mentre i sondaggi indicano il centrodestra vicino alla soglia spartiacque del 40%, il pensiero di Matteo Renzi è uno soltanto: il Movimento Cinque Stelle. “Se guardate i giornali, gli editorialisti hanno già votato e i titolisti già deciso. Hanno letto i sondaggi e detto che ha vinto il centrodestra: si sono dimenticati di leggere la legge elettorale che per due terzi premia non le coalizioni ma il primo partito”, dice il segretario del Pd sottolineando che i “sondaggi cambiano” e ricordando la ‘non-sconfitta’ di Pier Luigi Bersani nel 2013. Palazzo Chigi? “Non è importante il nome chi ci va, l’importante è che sia del Partito Democratico”.

La sfida per il primo posto alle elezioni “non è tra Berlusconi e Salvini ma tra Pd e M5s. Lo dico ai moderati: l’alternativa al Pd non è il centrodestra ma il M5s”. L’attacco ai pentastellati è frontale: “Non puoi gridare onestà e alla prova dei fatti dimostrarti incapace di risolvere i problemi. Benedetto Croce diceva che governo onesto è quello capace – afferma al Lingotto di Torino davanti ai sindaci del Pd – E allora l’incompetenza è il nostro avversario alle elezioni politiche 2018. Ci sono 50 giorni per andare a vincere e voglio che il Pd si metta in campo senza paura”.

Una sfida che Renzi definisce “difficilissima, che non voglio sottovalutare”. Ci sono, continua il segretario dem, “cinquanta giorni per capire se vogliamo fare sul serio o no”. Non per arginare Forza Italia – data oltre il 16 per cento – e la Lega sopra il 14, quindi, ma i Cinque Stelle: “Il centrodestra si presenta come un’alleanza solida ma è l’alleanza dello spread – ricorda – Sono stati loro il governo dello spread, noi siamo dovuti intervenire per far ripartire il Paese”. Sono sempre quelli del “modello Arcore” ma venti dopo: “Ora dove c’era Bossi in canottiera, c’è Salvini in felpa… Saranno gli effetti del riscaldamento globale.. Dove c’era Fini ora c’è Meloni e dove c’era Berlusconi c’è Berlusconi con più capelli”. Tutto quindi si gioca nelle sette settimane che porteranno al voto, in barba ai sondaggi che vedono il Pd barcollante, inchiodato al 23 per cento: “I leader i sondaggi non li inseguono ma li cambiano”.

E passa in rassegna i suoi predecessori e le ultime campagne elettorali: “Guardate Bersani, Prodi, Veltroni, Rutelli. Nei 50 giorni prima delle elezioni dicevano cose totalmente diverse. Nel 2013 eravamo a +11, non è stata una campagna riuscitissima”. Poi ribadisce uno dei punti fermi di questi primi giorni di sfida aperta per Palazzo Chigi e fa un passo indietro aprendo a possibili alternative alla sua figura, considerata divisiva, soprattutto se il governo andrà allargato ad altre forze: “Non è importante il nome di chi va a Palazzo Chigi ma è importante che sia del Pd. E no per il Pd ma per l’Italia. Noi siamo una squadra“. Invoca “50 giorni all’attacco” per “andare a vincere le elezioni” e fa “un appello al voto utile alla sinistra, così come possiamo farlo sui moderati”.