Il primo stato di emergenza risale al 1999. L’ultimo vorrebbe ottenerlo a breve il neogovernatore Nello Musumeci. In mezzo c’è praticamente di tutto: commissariamenti a ritmo continuo, super consulenti dallo stipendio d’oro, enti regionali creati con il solo obiettivo di dare nuovi posti di lavoro che in tempi di elezioni diventavano voti. E, ovviamente, l’ombra lunga delle tangenti, della corruzione, di Cosa nostra. È in questo modo che sono stati gestiti i rifiuti in Sicilia negli ultimi vent’anni. Governi di destra, sinistra e – soprattutto – centro hanno sempre promesso che avrebbero risolto la questione. Risultato? Sono stati spesi venti miliardi di euro e oggi il settore dello smaltimento sull’isola è indebitato per 1,8 miliardi. Quanto è cresciuta la differenziata nel frattempo? Lo ricorda Antonio Fraschilla sull’edizione palermitana di Repubblica: si è passato dal 3 al 15 percento. Solo per fare un esempio, nello stesso periodo la Campania è passata dal 3 al 46 percento.

Musumeci vuole potere speciali – “Dopo trenta giorni di attività del governo credo di poter dire che la situazione della gestione dei rifiuti in Sicilia è assai grave. Parlare di emergenza di fronte ad un problema che si trascina da vent’anni è fare un torto alla lingua italiana. Preferisco usare un ossimoro, un’emergenza strutturata. Domani chiederò a Gentiloni la dichiarazione di emergenza ambientale limitatamente alla discarica palermitana di Bellolampo e ai comuni che conferiscono nel sito. Ho bisogno di poteri speciali. Se nulla dovesse cambiare, a settembre non avremo più dove mettere i rifiuti”, è l’allarme lanciato nei giorni scorsi dal presidente Musumeci. Parole che hanno sollecitato la replica stizzita di Gian Luca Galletti: “Chi è capace di fare – ha detto il ministro dell’Ambiente  – ha risolto il problema, ma c’è chi ancora segue la pancia dei cittadini, non risolve il problema e lo scarica su altri. Per me è inammissibile“.

In emergenza dal 1999 – Di sicuro c’è solo che – stando alle parole di Musumeci – entro settembre le discariche dell’isola saranno piene. E dire che è addirittura dal secolo passato che in Sicilia si tenta di evitare di utilizzarle le discariche. A ripercorrere tutte le fasi della gestione dell’immondizia siciliana è la commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. In una relazione di 362 pagine, i commissari cominciano dal principio e cioè dal 1999, quando con la prima dichiarazione dello stato di emergenza si punta a chiudere le discariche comunali. L’allora governo di centrosinistra, guidato da Angelo Capodicasa, aveva l’obiettivo di incenerire i rifiuti in centrali a carbone. Le discariche comunali vennero effettivamente chiuse ma di centrali a carbone neanche l’ombra: ecco quindi che spuntarono subito altre discariche, addirittura più grandi.

Assunzioni e paghe d’oro – Nel 2001 viene eletto governatore per la prima volta Salvatore Cuffaro che ha un’idea geniale: creare l’Agenzia regionale per i rifiuti e l’ambiente. Un ente affidato a Felice Crosta, il superburocrate diventato famoso per la pensione da 460mila euro all’anno (cioè 1.400 euro al giorno) poi dimezzata dalla Corte dei conti. Che cosa fa l’Agenzia regionale per i rifiuti e l’ambiente? Punta tutto nella costruzione di quattro termovalorizzatori. E intanto genera assunzioni su assunzioni. “La strategia regionale prevedeva la costituzione di 27 Ato rifiuti e delle relative società d’ambito, nate nel novembre 2002, che avevano il compito di gestire il ciclo dei rifiuti negli ambiti territoriali ottimali. Siffatto modello organizzativo ha portato la Regione siciliana ad un’emergenza finanziaria gravissima. Molti enti locali, infatti, depennarono dai propri capitoli di bilancio la voce ‘gestione dei rifiuti‘ e, attraverso accordi sindacali (2004), trasferirono alle società d’ambito il proprio personale addetto all’igiene urbana”, si legge nella relazione della commissione parlamentare.

Un dipendente ogni 400 siciliani – Quale è la prima operazione messa in campo dalle “società d’ambito”? “In molti casi – spiega sempre la commissione – sono diventate un “ammortizzatore sociale” usato dalla forze politiche per il controllo del consenso”. Tradotto: voti in cambio di assunzioni nello smaltimento rifiuti. Nel 2010 lavoravano nel settore 11.667 persone (di cui circa il 35 per cento costituito da personale amministrativo), in pratica una ogni 440 cittadini siciliani. Una media spaventosa che è dieci volte superiore ai numeri di tutte o quasi le regioni del Nord Italia. “Questo perverso modus operandi, unito all’incapacità di fronteggiare sia l’elusione che l’evasione di Tarsu, Toa e Tasi, ha determinato l’impegno di ingenti risorse finanziarie al fine di scongiurare una gravissima emergenza occupazionale ed economica, risorse che avrebbero potuto essere investite per infrastrutture, raccolta differenziata e acquisto di mezzi ed attrezzature di servizio” spiega la commissione.

Inceneritori e Cosa nostra – Nel frattempo, ovviamente, dei quattro inceneritori non c’è traccia. Il motivo? La procura di Palermo aveva aperto un’inchiesta sulle gare per abuso di ufficio, corruzione, turbata libertà degli incanti, il tutto aggravato dal metodo mafioso. Si parla di una maxi tangente da 38 milioni di euro, di un accordo esistente tra le società che avrebbero dovuto fare i miliardi con la costruzione degli inceneritori.  “Si tratta di un procedimento di notevole complessità nel quale vengonon ipotizzati pesantissimi condizionamenti da parte della criminalità organizzata nella procedura concorsuale di cui sopra che, ove portata a compimento, avrebbe condotto alla costruzione di opere per un valore di diversi miliardi di euro”. La criminalità organizzata in Sicilia ha un nome e un cognome: Cosa nostra. Ed è proprio per favoreggiamento a Cosa nostra – ma per un’altra vicenda – che Cuffaro verrà condannato a sette di anni di carcere. Intanto a Palazzo d’Orleans arriva Raffaele Lombardo. Sono gli anni del ribaltone, del centrodestra che governa col Pd: esperimenti politici legati a doppio filo con la partita dei rifiuti. Anche Lombardo chiede e ottiene poteri speciali dal governo centrale, ma questa volta per bloccare il progetto degli inceneritori e ordinare l’ingrandimento delle discariche. Da allora a oggi poco è cambiato: e in Sicilia la gestione dei rifiuti vale circa 700 milioni l’anno di introiti per i gestori delle discariche private. Che da vent’anni si cerca di superare e da vent’anni sono sempre lì.  “Insomma – è la considerazione della commissione parlamentare –  pare esservi un sistema che obbliga in Sicilia a conferire i rifiuti in discarica ed è talmente ben ramificato e gode di tali e tante sponde da essere capace di orchestrare sistematicamente il sabotaggio di qualunque iniziativa che possa incidere sui gruppi di potere creatisi intorno al ciclo dei rifiuti”. Un sabotaggio che dura praticamente da sempre.