Tranquilla, tutto andrà bene, ho già parlato con l’uomo spirituale per fare il rituale voodoo o juju per mettere loro a lavorare”. Ricorrevano alle stregonerie per far prostituire le nigeriane tra Lamezia Terme e Rosarno.  Dovevano lavorare in strada per ripagare il costo, circa 30mila euro, del viaggio dall’Africa in Italia. Stamattina all’alba è scattata l’operazione “Locomotiva”. I carabinieri e la Procura di Catanzaro hanno arrestato sette persone. In carcere sono finiti un italiano, Vincenzo Criserà, e sei nigeriani considerati i capi di un gruppo criminale che aveva ramificazioni in Africa ed era capace di intervenire anche nei lager libici qualora ci fossero stati problemi durante il viaggio delle ragazze.

Oltre a Criserà sono state arrestate cinque “madame” che, come ha affermato il procuratore aggiunto Giovanni Bombardieri, avevano “la  gestione materiale della vita di queste ragazze”. In manette è finito pure il compagno di una di loro, tale Omoregie Osagie, che intratteneva rapporti con la Nigeria e la Libia provvedendo al procacciamento delle donne e all’organizzazione della tratta. Per tutti l’accusa è di associazione a delinquere finalizzata alla tratta di esseri umani, acquisto e alienazione di schiavi, immigrazione clandestina, riduzione in schiavitù e sfruttamento della prostituzione con l’aggravante della transnazionalità.

Stando al provvedimento di fermo, è stata colpita la “criminalità nigeriana dedita al traffico di donne a scopo di sfruttamento sessuale che si caratterizza per una struttura a rete con ramificazioni non solo nel territorio italiano e nel paese di origine, ma anche in molti paesi di transito, europei ed extraeuropei”. Le ragazze erano costrette a prostituirsi nei pressi della stazione di Lamezia Terme, in un parcheggio dove c’è un monumento a forma di locomotiva. Per il posto letto e per il cibo pagavano la madame. Nessuna poteva ribellarsi. Dalle intercettazioni è emerso infatti, che chi non rispettava le regole subiva “vessazioni fisiche e psicologiche di una certa gravità: digiuno, isolamento, segregazione, percosse, paura di ritorsioni nei confronti dei familiari nel paese di origine”. Per pagare il debito con i trafficanti, le ragazze dovevano pagare “100 euro giornaliere” alla madame che le sottoponeva anche a pressioni psicologiche legate ai riti voodoo.

Nel marzo scorso, la Procura è riuscita a intercettare anche una conversazione tra una madame e una ragazza che si trovava in Libia in attesa di salire su un barcone per l’Italia. Dalle frasi registrate dai carabinieri è chiaro il collegamento tra gli arrestati di Lamezia Terme e i trafficanti che organizzano i viaggi: “Mio marito – sono le parole della madame – ha parlato con il connection man (il trafficante, ndr) per sapere quando ci sarà l’imbarcazione per l’Italia, ma chiedo a voi di avere pazienza perché la temperatura sul mare non è buona, c’è molto vento… se passa domenica senza l’imbarco per l’Italia chiamami o mio marito per farci sapere, capito?!”.

Una di loro, però, ha avuto il coraggio di rivolgersi ai carabinieri e al termine dell’inchiesta, coordinata dal procuratore Nicola Gratteri, dall’aggiunto Giovanni Bombardieri e dal sostituto Debora Rizza, i suoi aguzzini sono finiti in carcere. Agli investigatori la ragazza di 32 anni ha raccontato le angherie subite dal momento in cui è stata reclutata: “Prima della partenza, avevo dovuto giurare, attraverso un rito voodoo praticato da uno stregone, di restituire questa somma economica una volta giunta in Italia e che avrei dovuto rispettare le indicazioni della signora (madame) e che avrei trovato qui e che mi avrebbe indicato il lavoro da fare”. Le avevano assicurato un impiego regolare ma già prima di attraversare il Mediterraneo ha compreso quale sarebbe stato il suo destino. Dopo essere stata diversi mesi reclusa in Libia, dove è stata violentata da un signore ghanese che si faceva chiamare “papa”, è arrivata con un barcone in Sicilia e poi trasferita in Calabria. Lì si è messa in contatto con la madame e suo marito che l’hanno accompagnata a Lamezia Terme.

In seguito alle violenze subite in Libia, la ragazza è rimasta incinta: “Ero di circa 5 mesi e la madame e la moglie di Osas mi hanno costretta ad abortire, portandomi in una casa privata. Qui, un uomo di colore, del quale non conosco il nome, mi ha dato alcuni medicinali che mi hanno provocato un aborto spontaneo, uccidendo il feto. Io ero contraria ad abortire, ma sono stata obbligata dalla madame e dalla moglie di Osas. Quando io ho chiesto il motivo di tale aborto mi è stato riferito che era necessario farlo perché dovevo lavorare e, ad una mia richiesta circa quale lavoro dovevo intraprendere, mi è stato detto che dovevo andare “in strada” e che quindi dovevo prostituirmi”.

“Le prime volte non riuscivo – prosegue il racconto – mi vergognavo e i clienti non si fermavano. Rientrata a casa, lei mi diceva che non avevo lavorato bene e non mi faceva mangiare e mi diceva che se non avessi lavorato, non mi avrebbe fatto rimanere lì e avrei passato grossi problemi. Adesso è una donna libera, vive in una località protetta dove fino a ieri, sul cellulare, riceveva messaggi dei suoi sfruttatori che gli chiedevano di tornare a “lavorare”. Pressioni che la ragazza subiva anche dai suoi familiari spaventati per le conseguenze della sua denuncia. “Qui si tratta  di preoccuparci della libertà delle persone” ha affermato durante la conferenza stampa il procuratore Nicola Gratteri secondo cui gli arrestati “promettevano alle ragazze di farle lavorare onestamente in Italia, di farle diventare parrucchiere o commesse ma già nel loro viaggio verso l’Europa, già nei campi libici venivano costrette a prostituirsi. L’organizzazione criminale che le sfruttava prendeva in fitto delle aree di stazionamento, forniva alle ragazze di tutto anche i preservativi e cominciava lo sfruttamento”. “Parte dei proventi della prostituzione – ha spiegato il colonnello Massimo Ribaudo – venivano messi in una cassa comune e usati per l’acquisto di nuove donne”.

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