Forse è un disegno prestabilito. O molto più semplicemente è solo l’effetto della teoria del piano inclinato, per cui le cose vanno per inerzia nella direzione naturale degli eventi. E anche il pallone rotola verso centrodestra, nel momento in cui Silvio Berlusconi è tornato a spopolare in campagna elettorale e l’Italia sembra rivivere l’epopea del ’94 con vent’anni di ritardo. Un ex viceministro del Cavaliere alla guida della Lega di Serie A, che gestisce oltre un miliardo di euro di diritti tv ogni anno, magari un senatore di Forza Italia a capo della Figc. Mettiamoci pure un paio di pedine in ruoli cruciali nel mondo dello sport, e la presenza sempre più assidua di Gianni Letta nei salotti del Coni, e il quadro è completo.

LA LEGA A VEGAS – Per uscire dal commissariamento e risolvere una crisi di governo che si protrae da sette mesi, i ricchi presidenti della Serie A non hanno trovato di meglio che proporre Giuseppe Vegas come nuovo presidente della Lega. Come anticipato da ilfattoquotidiano.it, era molto probabile che si sarebbero messi d’accordo, pur di evitare il pericolo del commissariamento da parte del Coni di Giovanni Malagò. Ma il nome di Vegas non è uno come un altro: presidente uscente della Consob, in scadenza il prossimo 15 dicembre, soprattutto ex senatore e viceministro dell’Economia del governo Berlusconi. Pare che a volerlo sia Claudio Lotito, il presidente della Lazio che in Lega continua a muoversi neanche troppo sottotraccia. Lui, intanto, ha già dato la sua disponibilità: “Il calcio è un asset fondamentale per il Paese, se è per fare qualcosa di buono uno è sempre disponibile”, ha detto. Manca ancora il via libera della maggioranza dei club, ma sembra proprio il profilo ideale per permettere alla Lega di continuare a fare i suoi comodi, come dimostra la sua esperienza in Consob da vigile non troppo severo delle banche italiane e della loro crisi su cui sta tutt’ora indagando la Commissione d’inchiesta parlamentare.

SIBILIA PER LA FIGC – L’ascesa di Vegas in Lega, poi, avrebbe anche un altro effetto, neanche troppo collaterale: respingendo il tentativo di commissariamento del Coni, permetterebbe al mondo del calcio di restare autonomo, tornando ad elezioni già a gennaio 2018. E a quel punto il candidato numero uno per sostituire Carlo Tavecchio alla guida della Figc sarebbe senza dubbio Cosimo Sibilia: presidente della Lega Dilettanti, l’unica attualmente funzionante in Italia, che partendo dal 34% dei voti in assemblea pone in una posizione naturale di forza il suo capo (così del resto avvenne anche la nomina di Tavecchio), uomo di sport (è figlio dello storico presidente dell’Avellino). Ma soprattutto uomo di Forza Italia: senatore uscente e entrante (la sua ricandidatura in un collegio sicuro è certa), vicino a Mara Carfagna e ai vertici del partito. Nel momento in cui la Lega avrà scelto la sua nuova governance, inizieranno le grandi manovre per la FederCalcio, dove Sibilia potrebbe trovare facilmente un accordo con i calciatori e la Lega Pro. E a quel punto il calcio sarebbe ufficialmente nelle mani di Berlusconi.

IL CALCIO FA GOLA A TUTTI – Per l’ex Cavaliere, del resto, il pallone è sempre stato uno degli strumenti principali di consenso ai tempi d’oro. Adesso che ha perso il Milan, su cui non disdegna una battuta per rimestare la nostalgia dei tifosi, ha deciso di ovviare puntando al bersaglio grosso: non più una squadra sola, per quanto famosa e vincente, meglio controllare tutto il cucuzzaro. Un miliardo di diritti tv, 150 milioni annui di fatturato come Federazione, un movimento sconfinato da oltre un milione di tesserati: metterci le mani sopra significa controllare un bacino di voti preziosissimo. È più o meno lo stesso ragionamento che si erano fatti anche dalla parti del Pd, con il ministro Luca Lotti che di recente ha moltiplicato i suoi interventi pubblici e privati sul mondo del pallone, parlando apertamente di “calcio da rifondare” e contribuendo alla caduta di Tavecchio. Risultato? Il suo attivismo ha contribuito solo a consegnare la FederCalcio al centrodestra.

IL RUOLO DI MALAGÒ – Neanche le manovre di Malagò, notoriamente vicino al governo, sono riuscite ad evitarlo. Da arbitro neanche troppo super partes, il numero uno del Coni ha giocato apertamente per il commissariamento, e sta perdendo la partita. A differenza degli altri, però, lui ha la capacità di cadere sempre in piedi: destra o sinistra, Berlusconi o Renzi, per lui non fa troppa differenza. Vegas, infatti, non sarebbe l’unico ex ministro di Berlusconi in una posizione chiave del mondo dello sport: Franco Frattini, ex titolare della Farnesina tra il 2008 e il 2011, dal 2014 è presidente del Collegio di Garanzia del Coni, massima autorità della giustizia sportiva. E Malagò conosce bene pure Leonardo Gallitelli, il generale lanciato un po’ a sorpresa da Berlusconi come possibile candidato premier, che in tempi non sospetti (era il 2015) fu nominato capo dell’Ufficio Antidoping dal presidente del Coni. Sarà forse un caso che nei corridoi del Foro Italico si vede sempre più spesso Gianni Letta? Malagò non ha di questi problemi, tutti gli altri sì: per il mondo dello sport è tempo di riposizionarsi. Il calcio diventa berlusconiano.

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