Tradito dagli amici, scaricato dalla politica: dopo una settimana di resistenza, Carlo Tavecchio si è arreso. Non è più il presidente della Figc, intorno a cui sono già cominciate le grandi manovre di chi vorrebbe tornare subito alle urne, e chi invece spera in una soluzione esterna. Il presidente del Coni, Giovanni Malagò, ha già annunciato la sua intenzione di commissariarla. Una mossa forte, forse avventata, di sicuro precipitosa, perché l’occasione di mettere le mani sulla Federazione sportiva più importante del Paese potrebbe non ripresentarsi più. La politica non vede l’ora di farlo, ma il mondo del pallone è geloso della sua indipendenza. E farà di tutto per mantenerla.

IL TRADIMENTO DEI DILETTANTI – L’unica certezza, per il momento, è che l’era di Tavecchio alla guida della Federcalcio è finita dopo poco più di tre anni stamattina, intorno alle 12 meno un quarto. Un epilogo prevedibile e annunciato già sabato dallo smarcamento della Lega Pro, eppure del tutto improvviso: fino a quel momento, infatti, l’ormai ex numero uno del pallone era ancora fermo sulle sue intenzioni di resistere, provare disperatamente a prender tempo, rilanciare con un programma di riforme (e promesse, tante per tutti). Poi qualcosa è cambiato: a Tavecchio è stato comunicato il venir meno anche dell’appoggio della Lega Dilettanti, i “suoi” cari dilettanti, l’impero che ha governato per 16 anni e che ancora continuava a considerare come casa propria. Non si aspettava che anche loro potessero voltargli le spalle. Quando l’ha saputo, ha gettato subito la spugna.

LA CONFERENZA SHOW – Lo ha fatto a suo modo. Il Consiglio federale decisivo è durato appena una manciata di minuti, giusto il tempo di annunciare le dimissioni e sbattere la porta. Molto più lunga la conferenza stampa davanti ai giornalisti, in cui tra motti in dialetto e invettive in francese, si è tolto più di un sassolino dalla scarpa contro i responsabili dello “sciacallaggio politico” di cui si sente vittima. Non tanto i Dilettanti, che hanno subito anche loro “pressioni indicibili”, quanto i mandanti del tradimento: il ministro Luca Lotti, che “si è speso ogni giorno sull’argomento”. E poi ovviamente il presidente del Coni, Giovanni Malagò, che non ha aspettato neanche la fine della conferenza stampa di Tavecchio per annunciare il prossimo commissariamento della Figc. “È molto grave, solo ieri aveva detto che non c’erano le condizioni per farlo”, il commento a caldo.

BRACCIO DI FERRO COL CONI – Archiviata la mancata qualificazione dei Mondiali, ottenute le tanto richieste dimissioni del presidente, adesso il tema vero è cosa sarà della FederCalcio. Il Coni ha convocato per mercoledì pomeriggio una giunta straordinaria che dovrebbe votare il commissariamento: alcuni – nel mondo del pallone, ma persino al Foro Italico – avevano già giudicato “impulsive” le dichiarazioni di Malagò sulle possibili dimissioni di Tavecchio, figuriamoci quest’iniziativa unilaterale che assomiglia tanto ad una forzatura. La fretta del numero uno dello sport italiano, però, ha delle motivazioni ben precise. Il passo indietro di Tavecchio è l’occasione che aspettava da tempo per intervenire a piedi uniti nel mondo del pallone, da sempre allergico alle invasioni di campo. Proprio per questo l’ormai ex presidente si è dimesso, per evitare una situazione di stallo e non fornire pretesti al Coni. Malagò l’ha bruciato sul tempo e si appresta a fare comunque la sua mossa, prima che l’ordinaria amministrazione riprenda il suo corso e fissi una data per tornare alle urne: sostenere la tesi del mancato funzionamento degli organi direttivi (con le due Leghe di Serie A e Serie B senza vertici e un presidente dimissionario), agitare lo spauracchio di una nuova faida elettorale e nominare un reggente straordinario.

LE CONTROMOSSE DELLA FIGC – Che sia lui in prima persona o qualcuno di sua fiducia, poco cambia: il risultato sarebbe lo stesso. Ma in FederCalcio (quasi) nessuno vuole essere commissariato, e stanno già preparando le contromosse. Qualcuno potrebbe persino pensare di rivolgersi al Tar, impugnando l’atto arbitrario del Coni: forse lo stesso presidente uscente, magari sostenuto proprio da alcuni dei consiglieri che lo hanno costretto alle dimissioni. La rivolta contro Tavecchio è già alle spalle: ora c’è un nuovo nemico alle porte.

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