Niente commissario, solo un ultimatum. Che però rischia di cadere nel vuoto. Giovanni Malagò vorrebbe tanto mettere le mani sul calcio italiano, con un commissariamento “lungo e con poteri ampi”. Ma com’era ampiamente prevedibile, i suoi legali gli hanno detto che non può farlo: le regole, i “pezzi di carta” (come li chiama lui) non lo permettono. “Se noi avessimo portato la delibera saremmo stati oggetto di ricorso da parte di questi signori, e probabilmente lo avremmo perso”, ha detto stizzito al termine della giunta. Troppo pericoloso per il Coni, e pure per la sua poltrona che sarebbe stata esposta a un rischio non indifferente in caso di sconfitta in tribunale.

Malagò non ha cambiato idea. Con i suoi membri della giunta prima, e con i giornalisti poi, ha usato parole forti: “Questa vicenda coinvolge il sistema Paese, è un’onda che travolge tutti. Sarebbe da persone poco serie far finta che non è successo nulla”. La mancata qualificazione della nazionale ai Mondiali è un fallimento epocale per il sistema calcio, ed è pure un’occasione irripetibile per metterci le mani sopra. “Il calcio italiano va riformato, sotto tanti punti di vista. Secondo me non si può non passare da commissariamento lungo e con poteri ampi, perché il male è alle radici dello statuto, che impedisce qualsiasi cambiamento”, il parere pesante del numero uno dello sport italiano. Peccato che le regole dicano il contrario.

Le condizioni per il commissariamento – gravi irregolarità di bilancio o mancato funzionamento, problemi con la giustizia sportiva e blocco dei campionati – proprio non sussistono. Almeno per il momento. Per questo il Coni suo malgrado è stato costretto a concedere altri 20 giorni di tempo al mondo del pallone per tornare ad una parvenza di normalità. In questo arco temporale, le Lega di Serie B ma soprattutto quella di Serie A devono eleggere i propri presidenti, che mancano da mesi. E poi dev’essere convocata l’assemblea elettiva, per il prossimo gennaio. Se così sarà, il pallone potrà scegliersi da solo il suo prossimo presidente, che si tratti del numero uno dei Dilettanti, Cosimo Sibilia (il nome che al momento può contare su più voti) o di un “Papa straniero” ancora da trovare. In caso contrario, arriverà il commissario: non Malagò in prima persona ma una sua diretta emanazione, il segretario generale del Coni, Roberto Fabbricini.

Tutto dipende dalla Lega di Serie A, insomma. I litigiosissimi presidenti del nostro calcio, attenti solo ai diritti tv e ai loro interessi, non sono riusciti a mettersi d’accordo in sei mesi e dovrebbero farlo in pochi giorni. Pare difficile, e su questo punta Malagò: con l’ennesima elezione a vuoto, a quel punto scatterebbe davvero il requisito del mancato funzionamento della Federazione, e ci sarebbero tutti gli estremi per commissariare. C’è sempre una scappatoia, però, che forse al Foro Italico non hanno calcolato fino in fondo: anche in mancanza di un’intesa vera, le società potrebbero sempre eleggere in extremis un presidente pro tempore (magari un interno, come il direttore generale, Marco Brunelli). Così da sfuggire a Malagò, e ad ogni tentativo di rivoluzione esterna.

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