Dal 23 novembre dell’anno dopo il 1981, Franco Arminio è sempre tornato a trovarli. Lì, chiusi nei loro feretri, che gli “suggerivano” dei messaggi post mortem. Sono le vittime del terremoto dell’Irpinia del 1980, che ritornano ciclicamente alla memoria dello scrittore. La sua ultima fatica letteraria, “Cartoline dai morti” (Chiarelettere, 2017), viene presentata in anteprima nel giorno di quell’anniversario, e squarcia il velo del silenzio sui morti dell’Italia “interna”. Persone comuni e in mille faccende affaccendate, falciate sul più bello. Racconti fulminei, inattesi. Un viaggio a metà tra la vita e la morte, che diventa uno spettacolo in cui la dimensione arcaica riaffiora dalle note di Pierluigi Virelli, musicista e ricercatore etnografico. E non manca il richiamo alla paesologia, a favore di “un umanesimo delle montagne” in cui è circoscritta la nostra Italia.

Quest’anno Arminio ha deciso di recarsi nel profondo Sud, ad Acri in provincia di Cosenza, per presentare e leggere le 150 cartoline che gli hanno “spedito” dall’Aldilà. Ne è nato uno spettacolo insolito e poliedrico, amalgamato dalla sua verve poetica. L’evento è stato fortemente voluto da Giacinto Le Pera e Alessandro Siciliano, due calabresi che hanno sposato l’idea “arminiana” di una rivoluzione umana che parta da chi sceglie di restare e investire sulle proprie terre d’origine. “Seguo Arminio da anni”, ci dice Le Pera. “Adoro la sincera passione che mette nel raccontare la sacralità dei luoghi dell’Italia interna. Ed è questo il motivo del nostro invito ad Acri. Un messaggio preciso: guardare con dolcezza il nostro fragile territorio, per poter guardare noi stessi. Un invito a tornare comunità”.

E l’appello a ripopolare i piccoli borghi è sempre più attuale. I paesi calabresi, secondo l’ultima fotografia scattata dall’Istat, vivono una situazione desolante, passando dai 1.970.500 residenti dello scorso anno agli attuali 1.964.900. Lo scenario è segnato da una popolazione che non fa figli ma invecchia, mentre i giovani lasciano la regione. Un patrimonio fatto di case arroccate tra le montagne, che  potrebbero salvarsi dall’abbandono attraverso l’accoglienza dei migranti. “Il Sud deve accogliere queste persone” ci dice Arminio, “nell’idea che questo intreccio produca crescita. Anche conflitto, ovviamente, perché nessun processo avviene a costo zero. Questa è l’epoca in cui siamo e non dobbiamo portarle il broncio. Si tratta di persone che in questo momento storico hanno delle sventure”, aggiunge il paesologo. “Noi le abbiamo avute cento anni fa, quando in mezzo secolo 12 milioni di italiani sono andati via, soprattutto da queste terre, Calabria, Puglia, Basilicata”. E l’Italia interna si allarga fino a comprendere anche il mar Mediterraneo, diventato negli anni la grande fossa comune di chi non ce l’ha fatta. Chi ce la fa può forse diventare una speranza per i borghi del Sud, secondo quel senso di comunità che affiora dalla filosofia di Franco Arminio

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