Solitamente autoincensarsi è sbagliato, ma trattandosi di un femminicidio ante litteram (ossia prima che si inventasse l’odioso termine) e, essendo oggi la Giornata Internazionale contro la Violenza contro le donne, ho chiesto “dispensa speciale”. Ha debuttato giovedì sera al Teatro Stabile Mercadante di Napoli lo spettacolo tratto da Il Sacrificio di Eva Izsak (Chiarelettere) che impone più che mai una riflessione sul potere e sulla memoria storica.

“Non c’è nessun’altra specie che uccide la sua stessa specie. Solo l’uomo e la colomba: non è un caso che una specie omicida abbia scelto un’altra specie omicida come simbolo di pace”, scriveva lo studioso e psicologo Sholomo Ben-Amnon a Maria, sorella di Eva, manipolata fino al suicidio. Aveva solo diciannove anni. “Anzi diciannove e mezzo” – chiarisce la sorella – non togliamole sei mesi di una vita già cosi breve”.

Prendete adesso un uomo d’intelligenza perversa che usa i suoi puntelli ideologici come un giocoliere. Aggiungete la sua compagna, mediocre e gelosa.

Condite con un gruppo di accoliti, totalmente asserviti al leader. Avrete gli ingredienti di questa tragedia greca sotto abiti moderni, dove l’istinto omicida del capo viene soddisfatto e giustificato dall’ideologia politica. Inserite il tutto in un contesto “intoccabile”: Resistenza e Olocausto.

Imre Lakatos: un nome importante della cultura europea del ‘900, morto a soli 52 anni. Ma in tempo per accreditarsi come l’erede di un gigante: Karl Popper. Non solo cultura, però. Perché il ventenne Lakatos fino al 1950 fu anche solerte funzionario del partito comunista ungherese. In tempi in cui fra stalinismo e nazifascismo la differenza era tenue. Poi fece in tempo a emendarsi: dissidente, arrestato, dopo l’invasione sovietica del 1956 scappò definitivamente a Londra, dove a Sua Eminenza Lakatos lo aspettava un futuro accademico di onori e gloria alla London School of Economics.

“Si applica a Lakatos un doloroso falsificazionismo popperiano: è possibile che un ebreo comunista si sia comportato verso una giovane ebrea (quasi) come i nazisti? Proviamo a contraddire il luogo comune secondo cui tutti gli ebrei sono stati vittime? In alcuni casi non ci fu solo collaborazionismo (Kapo’) o acquiescenza (Portiere di notte), ma addirittura partecipazione attiva. Tema sgradevole per la comunità ebraica ungherese. Un po’ come, da noi in Italia, l’attentato di via Rasella che provocò la strage delle Fosse Ardeatine: perché nessun Salvo D’Acquisto comunista evitò la strage autoincolpandosi dell’attentato? Totem e tabù che forse, a 70 anni di distanza, è ora possibile affrontare. Con asettico spirito popperiano”, si chiede Mauro Suttora, scrittore dei Diari Segreti di Claretta.

Mentre Massimo Fini mi conforta, si fa per dire: “Sarebbe suicidario andare da sola contro la lobby ebraica”. Quanto ha ragione. La comunità ebraica continua ad ignorare Eva… Tranne uno di loro: Davide Bidussa, storico sociale delle idee, ma sopratutto autorità della intellighenzia ebraica, che scrisse: ‘Il meccanismo del potere di decidere della vita, e soprattutto della morte, il desiderio di esercitarlo, la soddisfazione di governare le vite degli altri, non hanno risparmiato nessuno. Di tutte questa è la parte del libro più inquietante, ma anche più significativa. Anche per questo, di questo libro sembra che nessuno voglia parlare’.

Dopo tre anni, un libro è da rottamare, peggio del Pd di Renzi. Invece da un’idea di Luca De Fusco, direttore del Teatro Stabile Mercadante, e di Alessandra Felli, la bravissima regista, si porta alla luce questa spaventosa storia insabbiata per 70 anni: “Eva è vittima due volte. Prima di un femminicidio e poi dell’oblio”, spiega la Felli Eva, mandata a morire, quando già si sentiva salva, vittima di fuoco amico. Perfetto Andrea Renzi (considerato un po’ il Leonardo diCaprio del teatro impegnato) che è riuscito a interpretare un odioso Lakatos di cui il filosofo Giulio Giorello, suo giovane allievo, ricorda il fascino di un serpente a sonagli. Perfetta Teresa Saponangelo nell’interpretazione della giornalista impicciona (che poi sarei io) che squarcia il velo su una storia che fa male come quella di Anna Frank. Le sue parole diventano carne.

Perfetta la scenografia un po’ kafkiana di Marta Crisolini Malatesta.

Cos’altro aggiungere, giovedì a sipario calato, lacrime di commozione. Eva adesso è un po’ meno sola. E ci batteremo ancora perché non si lascia una tomba senza nome e Eva Izsak brilli nel Giardino dei Giusti. E solo allora giustizia, in parte, sarà fatta.

twitter@januariapiromal

Il sacrificio di Éva Izsák al Teatro Mercadante di Napoli fino al 3 dicembre 2017