Cultura

Salone di Torino, la lezione di Lagioia sulla guerra: “Non solo geopolitica, è una malattia della specie”

Da Omero a Elsa Morante, Lagioia spiega perché i conflitti a non sono destino ma una scelta. La lezione al Salone del libro di Torino.

di Pietro Barabino

“Spiegare la guerra solo con la geopolitica è come spiegare il cambiamento climatico con il meteo”. Nicola Lagioia, scrittore e già direttore del Salone del Libro di Torino dal 2017 al 2023, rilegge la guerra come “malattia della specie“, con un percorso che intreccia storia e letteratura, “da Omero a Elsa Morante”. Senza nulla togliere a contesti, interessi, alleanze e rapporti di forza, dietro la guerra c’è qualcosa di più antico: “L’attitudine specificamente umana a organizzare la violenza collettiva”. A margine dell’incontro, Lagioia contesta quello che definisce “determinismo” della guerra: l’idea che, accaduto un fatto, la conseguenza inevitabile sia il conflitto. “Lo trovo osceno“, dice. Il Novecento, con il “doppio suicidio d’Europa” delle due guerre mondiali, non è bastato a far capire che la guerra non è il male minore, ma “il sommo male“. E quando si comincia a parlare di guerra giusta, avverte, il passo successivo è spesso la guerra santa, con Dio arruolato dalla propria parte: dalla formula “Gott mit uns” della Wehrmacht a Trump.

La letteratura serve a spostare lo sguardo. Nell’epica omerica, la guerra di Troia nasce da una causa apparentemente futile, il rapimento di Elena. Ma dietro quel gesto ci sono ferita simbolica, prestigio, possesso, dominio. Nel racconto teologico-simbolico della Genesi, Caino uccide Abele non per sopravvivere, ma per frustrazione, rivalità, riconoscimento negato. La violenza non appare più come necessità: diventa una scelta.

Lagioia porta lo stesso ragionamento dentro la storia. Nell’età classica, quando la legge del più forte sembrava inaggirabile e l’Impero romano celebrava la propria potenza, irrompe una rivoluzione in senso contrario: il cristianesimo delle origini. “Porgi l’altra guancia”, “ama il prossimo tuo come te stesso”: principi che ribaltano un mondo fondato sulla forza. “Ecco perché — aggiunge Lagioia — Papa Leone si incazza nel momento in cui la cultura evangelica, dall’altra parte dell’oceano, rappresenta Cristo con la spada”.

Ma anche quella concezione misericordiosa di Dio, e il relativo messaggio di fraternità, vengono poi arruolati nei massacri successivi: non più “ti conquisto perché sono più forte”, ma “ti invado per il tuo bene”.
È qui entra la modernità. Per secoli, anche la violenza è stata spesso giustificata dentro una promessa di progresso: il sacrificio presente come prezzo di un bene futuro, la storia che dovrebbe avanzare comunque verso il meglio. Nel contemporaneo non c’è più questa convinzione che tutto vada verso il miglioramento. E proprio mentre cade quella cornice, tornano a scricchiolare principi che sembravano acquisiti, a partire dallo Stato di diritto: il diritto nato per contenere la forza di chi ne ha di più.

Autori e testi vengono chiamati a mostrare la macchina che torna a funzionare ogni volta: propaganda, regressione, fanatismo. Lagioia cita Freud davanti alla Prima guerra mondiale, stupito nel vedere nazioni considerate guida dell’umanità precipitare nella barbarie e intellettuali razionali trasformarsi in fanatici.

Oggi, dice, fatichiamo ancora a distinguere informazione e propaganda: “La prima vittima della guerra è la verità”. E la “guerra mondiale a pezzi” evocata da papa Francesco rischia di comporsi come un puzzle apocalittico. Dal 1945, ricorda Lagioia, la differenza è che non possono più crollare solo gli imperi: può crollare la specie. La letteratura, Cassandra inascoltata quanto si vuole, resta almeno una sponda. Per non chiamare destino ciò che resta una scelta.

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