La deposizione del neo collaboratore di giustizia Salvatore Muto inizia col botto nell’aula bunker del tribunale di Reggio Emilia. “La ‘ndrangheta”, dice nel pomeriggio di lunedì 19 novembre in videoconferenza, “si impegnò a raccogliere voti alle elezioni politiche del 1994 tra Cutro e Isola Capo Rizzuto per Silvio Berlusconi”. Promotore dell’iniziativa fu nientemeno che Antonio Ciampà detto Coniglio, membro della omonima potente famiglia allora alleata con i Dragone/Grande Aracri, di recente indagato in “Aemilia 1992” per gli omicidi che segnarono 25 anni fa la guerra di mafia a Reggio Emilia.

Chi lo sostiene ha quarant’anni e fa parte del più affollato gruppo di famiglia finito alla sbarra: di Muto nel rito ordinario se ne contano sei e altri due sono a giudizio nell’abbreviato di Bologna. Lui è il personaggio più autorevole della famiglia, operativo tra Cremona e Piacenza prima dell’arresto, braccio destro di uno dei sei capi che secondo la Direzione Antimafia guidavano l’organizzazione: Francesco Lamanna.

Muto ha raccontato oggi i propri trascorsi giovanili in Calabria, quando ancora non apparteneva alla cosca ma il suo destino era segnato dall’essere nato nella famiglia dei “Pipini”, che nel 1994 già vantava un Salvino Muto arrestato per sequestro di persona e un Tommaso Muto che gestiva gli affari sporchi tra Cutro e Vibo Valentia. Entrambi erano zii di un giovane Salvatore che a 17 anni girava per il paese a distribuire volantini e ad attaccare manifesti con sopra scritto “Vota Forza Italia”.

Dice testualmente il collaboratore rispondendo alle prime domande dei pubblici ministeri Mescolini e Ronchi: “Ho partecipato a Cutro alla campagna elettorale del primo governo Berlusconi. Si fece una sottoscrizione nel paese e tra quelli che si diedero da fare c’erano tutti i nomi della ‘ndrangheta”. Salvatore ricorda che lo stesso Tonino Coniglio, ma anche Colacino e Paolini (imputati in Aemilia), si impegnarono personalmente per sostenere due imprenditori di spicco candidati al parlamento nella liste di Forza Italia: Floriano Noto alla Camera e Gerardo Sacco al Senato. Il primo è titolare della catena di supermercati AZ diffusa in tutta la Calabria. Vanta circa 300 milioni di euro di fatturato l’anno e da febbraio di quest’anno ha stretto un accordo strategico con il colosso emiliano della grande distribuzione Coop Alleanza 3.0 per l’utilizzo del marchio Coop in Calabria. Noto è anche dal luglio scorso il presidente del Catanzaro Calcio attualmente in Lega Pro.

L’altro imprenditore non è da meno: Gerardo Sacco è orafo, titolare di un’impresa famosa oltre i confini nazionali che ha creato gioielli di grande valore sia per il teatro che per il cinema e la televisione. Nessuno dei due fu eletto in quelle elezioni. Floriano Noto, candidato alla Camera nel collegio di Isola Capo Rizzuto, prese il 33,2% dei voti ma fu battuto dal Progressista Rosario Olivo. Stessa sorte anche per Gerardo Sacco nel collegio di Crotone per il Senato: vinse Giuseppe Pugliese del centro sinistra.

Con voce lenta, con maggiore precisione nella narrazione del precedente collaboratore di giustizia Antonio Valerio, il pentito Salvatore Muto fa i loro nomi e li accosta ad un personaggi scomodo come Topino Ciampà: “Noi dovevamo sostenere quei due candidati. Se ne discuteva proprio quando io ero ancora là prima di salire in Emilia Romagna. Era uno scambio di voti e io diedi una mano perché c’erano anche i miei zii che si davano da fare. E Tonino Ciampà comandava a Cutro, era stato messo lì dai Dragone, e mandava a dire a tutti che dovevamo votare Forza Italia”. Siamo solo all’inizio.