Per quanti non conoscessero la realtà veneta, è necessario dire che nella nostra regione vi è un “sentire” diffuso che ritiene una maggiore autonomia locale e quindi la cessione dallo Stato a Regione e Comuni di maggiori competenze, un fatto acquisito dalla gran parte dei cittadini. Ci sarebbero, o meglio ci sarebbero stati, gli spazi per un’azione condivisa e partecipativa che coinvolgesse le forze politiche così come quelle della società tutta, per stabilire un percorso capace di sviluppare le potenzialità della regione e creare un documento di richieste motivate e supportate dall’intero Veneto.

La volontà politica di coinvolgere, rendendo chiaro e trasparente il percorso però, non c’è mai stata. Non è un caso che la vicenda sia piena di contraddizioni: il caso di Luca Zaia e Roberto Maroni, ministri del governo Berlusconi, che hanno lasciato decadere senza risposta alcuna una richiesta di maggiore autonomia pervenuta nel 2008 dall’allora presidente Giancarlo Galan; una disponibilità immediata del governo Gentiloni in maggio 2016 a trattare con la giunta del Veneto le materie di suo interesse, senza risposta ma con un dietrofront sospetto, che ha visto Zaia attivare, contrariamente a quanto previsto dalla stessa legge regionale approvata, direttamente il referendum (uno dei sei proposti, ben cinque cassati dalla Corte Costituzionale).

La consultazione del 22 ottobre, ora si dice, serve a dare una delega “forte” al Presidente per trattare con il governo; uno strano caso di lapsus istituzionale visto che quella delega fortissima gliela riconosce sia la Costituzione che il corpo elettorale che, anche recentemente ovvero nel 2015, gli ha dato una netta maggioranza e ampio mandato per procedere sui temi della maggiore autonomia.

Dunque stiamo costruendo un referendum che ha due obiettivi non dichiarati: pagare una campagna elettorale, la sua campagna elettorale in previsione delle elezioni politiche di marzo, con i soldi pubblici e distrarre i cittadini dai problemi salienti che il Veneto vive per mancanza di governo. I casi di mala-sanità si moltiplicano, il caso Pedemontana con cantieri fermi e contratti modificati in corso d’opera è una bomba pronta ad esplodere, il Pil del Veneto superato di oltre il 10% dalla vicina rossa Emilia Romagna è lì a dimostrare la differenza tra chi passa le giornate a piangere puntando il dito su Roma e chi mira a lavorare e risolvere. Persino sull’autonomia il pragmatismo bolognese sta sorpassando con tanto di sberleffi il lugubre lamento zaiano e molto altro potremo dire sulle due regioni, confrontando costi, diritto allo studio, ricerca. etc… Ecco che appare in tutta la sua oggettività la realtà, che vede la classe dirigente veneta voler dare un manto di democraticità e di partecipazione ad una vicenda assurda e creare così un’operazione di distrazione di massa dai problemi veri e irrisolti. Il governatore ha già annunciato che chiederà allo Stato tutte le competenze disponibili, ben sapendo che in tal modo finirà per far arenare la trattativa ancor prima che inizi e del resto questa “delega” è talmente vaga che sia Regione che governo potranno intenderla in qualunque modo.

Il capolavoro finale è quello di aver posto un quorum di partecipazione, al cui raggiungimento Luca Zaia ha subordinato la trattativa con il governo. In questo modo vorrebbe pure dividerci tra “veri Veneti”, che andranno a votare, e “Veneti indegni” che non ci andranno. Molti potrebbero cadere nel tranello ed andare a votare solo per evitare che la questione autonomista decada, ben sapendo che così come formulato il quesito è una terribile farsa. Quale autorevolezza può avere una dirigenza che antepone i propri problemi al legittimo governo di una regione e, senza alcun percorso partecipativo, pone sotto ricatto i propri elettori sulla base di un referendum che comunque vada rischia di indebolire non poco la forza di trattativa reale del Veneto?