LA LA LAND di Damien Chazelle. Con Ryan Gosling, Emma Stone, J. K. Simmons. Durata: 126’. (Usa, 2016). Voto 4/5 (DT)

Atipico ed eterogeneo, magmatico e trionfante, illusorio e melanconico, il La La Land di Chazelle mischia cinefilia e raffinata tecnica di ripresa, spostando il baricentro dell’osservazione su quel benedetto desiderio di realizzare nella vita qualcosa a cui si tiene, che si ama e preserva. Sulle ali dell’entusiasmo ridente di Singing in the rain o del coloratissimo mondo de Les parapluies de Cherbourg di Demy, e lasciando nello scantinato dei brutti sogni la riproposizione recente, musical tragico realista di Dancer in the Dark, Chazelle lavora con grande attenzione sia sulla miscelazione accordi/tempo del racconto (i brani sono comunque composti da Justin Hurvitzndr), che sui due protagonisti ben poco maudit ma discretamente glamour per diventare specchio emotivo dell’animo spettatoriale attuale. Sebastian/Gosling che cerca in tutti i modi di far ascoltare e capire, suonandolo in prima persona al pianoforte, il significato del jazz in un’era bulimica di rumori elettronici e preregistrati, è un’anima candida e anticonformista, che con le sue cravattine e completini di lana leggera sembra uscito davvero da uno di quei club fumosi dove si ascoltavano Charlie Parker e Thelonious Monk. Mia/Stone, con il poster di Ingrid Bergman nella cameretta, fa la ragazza comune, cameriera e provinante continua, fisico asciutto quasi trasparente, tutto occhioni e luccichio nello sguardo, pronta a scrivere una propria piece per portarla in scena sfidando l’imbarazzo del teatrino off (affittato) praticamente vuoto. Nelle loro brillanti solitudini, i due ragazzi si incontrano e ca va sans dire, si amano. Le stagioni (segnalate in sovraimpressione) si susseguono e, se con l’estate esplodono i sentimenti, con l’autunno e di nuovo l’inverno le anime si corrompono e i sogni si offuscano. Dire che la trama del racconto proprio sul più bello si scuce, non nella sostanza, ma nella linea centrale della narrazione, non è spoiler, ma solo un dettaglio nella variazione ritmica che il film di Chazelle sembra prendere da metà in poi sulla materia proprio del sogno.

Qui la nostra recensione integrale

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