LA MATASSA DI CONFLITTI D’INTERESSI
Uno dei punti cruciali nella mancanza di virtù della gestione scelta dall’Ato, deriva dalla decisione di separare il servizio di raccolta poi affidato a Sei Toscana, da quello di gestione dei singoli impianti. Una scelta che ha comportato una duplicazione di costi fissi e procedure. Oltre al numero dei soggetti in campo. Quest’ultimo aspetto tuttavia esiste solo da un punto di vista formale, visto che nella sostanza gli azionisti, pubblici e privati, sono grosso modo gli stessi, seppure distribuiti in modo diverso. E a vigilare su di loro c’è un soggetto solo formalmente terzo, l’Ato Toscana Sud. Un ente, cioè, che riunisce i comuni delle tre province che si trovano così a giocare contemporaneamente più ruoli tra loro difficilmente compatibili: quello di azionisti del gestore della raccolta dei rifiuti, quello di proprietari degli impianti dove la stessa raccolta viene conferita e quello di soci del soggetto “terzo” che gestisce l’organizzazione del servizio integrato e vigila su di esso, l’Ato, appunto. Senza contare quello più importante: rappresentare gli interessi di 800mila cittadini che vogliono spendere il meno possibile per un servizio migliore possibile. Missione, quest’ultima, che fa a pugni con gli obiettivi economici delle imprese che gestiscono il servizio. Non la vede così il direttore generale dell’Ato Andrea Corti: “Per me è molto semplice. Il problema semmai ce l’hanno i comuni in atti di approvazione, la parte tecnica non ha nessun nodo anche perché per fortuna tutto questo avviene non come accade normalmente in Italia, cioè in concessioni esenti da gara: qui c’è una gara, c’è un capitolato, ci sono regole ben precise, il ruolo è netto”, replica interpellato in merito ai conflitti d’interesse in seno all’Ato. “I vecchi contratti semmai ponevano un problema. Cambia molto rispetto alle vecchie municipalizzate – continua, entrando nel merito della contestata gara – perché c’è un contratto che se fosse stato molto permissivo avrebbe aperto al mondo, forse è stato meno permissivo e ha chiuso al mondo, mettiamola così. Comunque è un contratto, le regole sono ben chiare. Non esiste la negoziazione – sottolinea infine – Trovo sconveniente aprire dei teoremi prima di leggere i contratti. Dopo di che il ruolo del regolatore è molto semplice e non ha nulla a che vedere con quello del regolato. Tanto più che la diluizione societaria fa perdere interessi soggettivi“. In altre parole per Corti non ci sono sovrapposizioni opache di ruoli, grazie regole chiare e rispettate. Resta il fatto che i cittadini dell’Ato Toscana Sud pagano una Tari tra le più alte d’Italia. E la sdoppiamento dei gestori ha dato luogo a una moltiplicazione di consigli d’amministrazione e delle relative poltrone.

A proposito di contratti, poi, formalmente il motivo della separazione tra raccolta e impianti è legato alla volontà dei comuni di avere “certezze sulla gestione dei flussi di pagamento tra il gestore del servizio e i gestori degli impianti, e ovviamente tutto questo ha incidenza in termini tariffari”, come ha ricordato nel corso di un’assemblea del 2014 il sindaco di San Giovanni Val d’Arno, Maurizio Viligiardi. Una volta assicurata questa certezza, però, è rimasta aperta un’altra questione non secondaria: “Il gestore è lo stesso soggetto, con una giacchetta diversa, della somma dei gestori degli impianti – ha ammesso – Stabilire che andiamo a fissare una tariffa con degli aumenti che sono la somma di tanti fattori compreso il pagamento delle fidejussioni fra Sei con ogni singolo gestore degli impianti e che garantisce il flusso di pagamenti del corrispettivo per lo smaltimento dei rifiuti credo sia un elemento su cui almeno con i gestori bisognerebbe riparlare”. L’esempio è illuminante: “Perché è come se io garantissi alla mia moglie che tutti i mesi porto lo stipendio a casa, fino a che non siamo separati o divorziati”.

Senza contare un terzo fattore non da poco: tra i soci privati di Sei ci sono soggetti molto noti alle cronache giudiziarie locali. Il primo azionista non pubblico del fortunato vincitore dell’appalto è una società fiorentina, la Sta. Quest’ultima ha quote azionarie di tutti gli impianti e a sua volta fa capo a Banca Etruria e a una holding compartecipata dalla cooperativa rossa Castelnuovese. La stessa, cioè, che è stata guidata per vent’anni dall’ultimo presidente di Etruria, Lorenzo Rosi, oggi indagato ad Arezzo per omessa dichiarazione di conflitto d’interesse proprio in merito al suo duplice ruolo di amministratore della banca e della cooperativa cliente dell’istituto che è creditore anche di altri soggetti di questa partita. Non solo. A scrivere il contratto finito nel mirino della Procura di Firenze è stato lo studio commercialista di Luciano Nataloni, ex consigliere di Banca Etruria indagato per il caso Sei oltre che, ad Arezzo, per omessa dichiarazione di conflitto d’interesse come Rosi.