Questa foto, ci descrive meglio di ogni altra cosa la situazione in cui ci troviamo. Ma tante altre foto, dovremmo tirar fuori, dall’ergastolo della rete, perché la memoria è labile e liquida in questa epoca.

Il fotografo svizzero Nahr ha passato lunghi anni a documentare gli effetti di Fukushima. Questa foto dell’esemplare di farfalla dopo il disastro nucleare, fa parte di una serie di studi della naturalista giapponese Chiyo Nohara scomparsa recentemente. Gli effetti sulle farfalle, sono stati verificati con tempismo inedito. A Cernobyl gli studi erano cominciati solo dopo 5 anni dalla catastrofe. La foto parla da sola, e non è una delle solite assurdità a cui ci sta abituando la bufalite dei social, che mostra calamari giganti, serpenti giganti ed altre cyber mostruosità. Se ne vedono così tante che alla fine anche il fact chaching della mia redazione ne dubitava.butterfly-jpg

In uno studio, pubblicato già nel 2012 sulla rivista nature, gli effetti catastrofici di Fukushima sulle farfalle erano già noti, ma la maggior parte della popolazione non riceve queste informazioni che sono state oggetto di studio in un simposio a Ginevra nel 2014. Dopo è calato l’oblio e gli stessi ricercatori non sappiamo cosa altro hanno scoperto. Solo l’ostinato lavoro di qualche fotografo ed il richiamo di rari media, ci rammentano quel disastro. Dimentichiamo troppo velocemente e troppo facilmente si sedimentano in vani irraggiungibili della nostra anima, immagini che ci hanno colpito e devastato la coscienza. Eppure se oggi riguardassimo questa foto del pellicano non avremmo dubbi sul da farsi riguardo al referendum del 17 aprile.

Le due cose, paradossalmente sono collegate, perché, nucleare e petrolio, appartengono ad un’epoca jurassica nel nostro immaginario liquido, nel quale volteggiano pale, transitano macchine elettriche silenziose, dove i distributori si trasformano in imbarcazioni a vela, ma sono la pura realtà maleodorante e velenosa con la quale abbiamo a che fare ogni giorno nei territori del pianeta. C’è uno scarto senza precedenti in questa società dei consumi, che assieme alla riduzione ad un anno, massimo due, del ciclo delle merci ad alta tecnologia, ci porta ad eliminare o comunque a ridurre al lumicino il ciclo della memoria. Serve un continuo back up sociale, fisico, concreto, di piazza, per resistere. Non basta la rete, spesso allagata di liquidità evanescente. Stampiamo e conserviamo le foto, mettendole in un cassetto che anche i nostri figli potranno aprire. In rete potrebbero sciogliersi, come spesso accade al nostro impegno civico intrappolato in pochi giga.

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