Roy Andersson, regista svedese classe 1943, ha all’attivo cinque film, un numero esiguo di fronte a una lunga serie di corti, genere a cui non ha mai voluto rinunciare, nemmeno dopo essere arrivato in sala con il suo primo lungometraggio, nel 1970. Un cineasta longevo, che ha sempre scelto di prendersi il tempo necessario tra un’opera e l’altra, con lunghe pause creative nelle quali si è dedicato alla regia di spot pubblicitari e di documentari, spesso incentrati su tematiche politiche e ambientali.

Dopo una lunga assenza dal mondo del cinema, nel 2000 Andersson ha dato il via a The living trilogy, una trilogia iniziata con Canzoni del secondo piano, Premio della Giuria a Cannes, a cui è seguito sette anni dopo, You, the Living presentato anch’esso nell’ambito della kermesse francese. Dopo altri sette anni esatti dal penultimo capitolo, arriva in sala il 19 febbraio prossimo, distribuito dalla Lucky Red, Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, presentato alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, dove si è aggiudicato il Leone d’Oro.

Il film, inteso come un viaggio attraverso la molteplice essenza dell’uomo, affronta la bellezza, la meschinità, l’ironia e la tragedia nascosti dentro l’essere umano, la grandezza della vita, e allo stesso tempo l’assoluta fragilità dell’umanità, il tutto osservato con gli occhi dei due protagonisti, Sam e Jonathan, due venditori ambulanti di travestimenti e articoli per feste. Trentanove piani sequenza che appaiono come quadri animati, dai colori cupi, nei quali vengono inscenate situazioni di vita quotidiana apparentemente normali, dietro cui però bisogna leggere il lato più grottesco e viscerale dei personaggi, che incarnano vizi e virtù dell’essere umano.

Un film quindi, come in generale la trilogia, in cui viene chiesto allo spettatore di esaminare se stesso, ponendolo di fronte a una riflessione in merito alla propria esistenza, in una storia dai tratti tragicomici. Scene dal forte carattere onirico, simili a sogni, senza la pretesa di dare al pubblico alcuna spiegazione, nel film probabilmente più ironico della serie. Andersson stesso ha voluto definire la sua opera come punto d’incontro di tre diverse ispirazioni, “Don Chisciotte” di Cervantes, “Uomini e topi” di John Steinbeck e “Delitto e castigo” di Dostoevskij, senza nascondere un amore incondizionato per un classico del nostro cinema come “Ladri di Biciclette” di De Sica.

“La trilogia mostra un’umanità potenzialmente diretta verso l’apocalisse, ma dice anche che il risultato è nelle nostre mani.” ha spiegato il regista, che dai 35mm dei due capitoli precedenti è passato al digitale di quest’ultimo film, motivando con queste parole la scelta: “Vedo questo cambiamento in maniera molto positiva, le immagini sono leggermente più luminose e definite. Grazie all’utilizzo della telecamera digitale ho ottenuto scene più dinamiche”. Un’opera dal forte rigore estetico, che prende a modello la pittura nel senso più ampio del termine, dal rinascimento fino al simbolismo, passando per Edward Hopper e Van Gogh e che è costata al regista ben quattro anni di lavoro a tempo pieno.

La clip in esclusiva per il Fatto.it

Il trailer de Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza

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