“Odio la parola pensionamento, suona come una condanna a morte. Disprezzo l’idea di smettere, rimarrò attivo finché sarò in salute”. Dietro la macchina da presa, Ridley Scott vuole restarci il più a lungo possibile. Alle soglie degli 89 anni, dopo quattro nomination ma nessun Oscar in mezzo secolo di regie, riceverà a novembre quello alla carriera. “Era ora, cavolo”, ha dichiarato in un’intervista a Il Venerdì di Repubblica. Ma per lui, “il successo commerciale, la longevità culturale e il fatto di garantire un posto di lavoro a centinaia di membri della mia squadra contano molto di più di un trofeo”.
Dal 26 agosto sarà al cinema con “The Dog Stars. Le stelle dopo la fine”, tratto dal romanzo di Peter Heller e con un cast in cui compaiono Jacob Elordi, Margaret Qualley e Josh Brolin. Il nuovo film è ambientato nove anni dopo che una pandemia di influenza ha decimato parte dell’umanità. “È una storia sulla perdita, la solitudine, la bellezza fragile di un mondo che sta per svanire”.
Una pellicola distopica, girata in Italia perché “mi hanno concesso un ottimo sgravio fiscale e meglio le Dolomiti che le montagne del Colorado”. E senza zombie né creature fantastiche. “Questa vicenda parla di qualcosa che ha superato il punto di non ritorno, lo stesso che stiamo vivendo per quanto riguarda il riscaldamento globale – ha spiegato il regista -. Abbiamo vissuto un’esperienza disastrosa con il Covid, con crolli finanziari, con così tante discussioni politiche su chi ha ragione e chi ha torto… è scioccante quanto gli esseri umani possano essere stupidi“.
Con altri elementi catastrofici, ha aggiunto Scott, “perdiamo il controllo e all’improvviso ci si ritrova davanti alla fine del mondo. Penso che la cosa più pericolosa sia che nessuno presti attenzione alla disperazione e alle difficoltà delle persone. Senza voler essere pessimista, spero che non sia troppo tardi“.