Gli indumenti dei lavoratori del reparto Cokeria dell’Ilva di Taranto sono contaminati da “agenti cancerogeni” e quindi occorre trovare una soluzione. Ma non per bloccare le emissioni nocive e salvare la salute dei dipendenti, bensì per consentir loro di utilizzare le mense aziendali. È quanto sta accadendo nel siderurgico ionico a oltre due anni di distanza da un sequestro preventivo che, grazie a sei decreti varati in fretta e furia dai governi, non ha mai smesso di produrre e di inquinare mettendo così quotidianamente a rischio la salute di coloro che ci lavorano.

PROBLEMATICHE E SOLUZIONI – Dai documenti in possesso de ilfattoquotidiano.it, infatti, è emerso che il 17 ottobre diversi dirigenti aziendali hanno affrontato in una riunione la problematica sulle “criticità riguardanti la presenza di agenti contaminanti sugli indumenti di sicurezza, utilizzati dagli impiegati dell’area cokeria (ove insiste il rischio cancerogeno), relativamente all’utilizzo delle mense centrali”. In parole semplici i dirigenti stanno cercando di capire come permettere agli impiegati di entrare a mensa senza indumenti carichi di agenti nocivi. “Attualmente – si legge infatti in un verbale redatto dai vertici aziendali – gli impiegati normalisti dell’area cokeria, utilizzano regolarmente le mense centrali presso le quali si recano con gli indumenti di protezione (giacca, pantalone e scarpe) utilizzati durante le normali attività lavorative”. Entrare a mensa con gli indumenti è rischioso. Bisogna adeguarsi alle prescrizioni imposte dall’Asl, intervenuta su richiesta della Fiom Cgil, a gennaio del 2012. Quasi tre anni fa. Nel frattempo, però, la vicenda è stata affrontata per gli operai e risolta con “l’adeguamento dei refettori dell’area cokeria e l’adozione di apposite procedure gestionali per garantire che gli agenti contaminanti non possano essere introdotti nei refettori di reparti”. E quindi che si fa per gli impiegati? In attesa dell’adeguamento delle mense centrali “a quanto previsto dalle normative”, tra le soluzioni provvisorie elencate, alla fine, la decisione è stata la stessa adottata per gli operai: prevedere un orario di lavoro di otto ore giornaliere comprensive della pausa pranzo che viene effettuata nel refettorio di reparto dove sono state predisposte delle aree dove i dipendenti possono lasciare gli indumenti contaminati. Insomma non importa in quali condizioni si lavora, purché a tavola siano tutti puliti. Non importa se dopo pranzo gli impiegati e gli operai dovranno indossare indumenti contaminati, purchè quegli agenti non facciano ingresso nella mensa. Indumenti carichi di agenti nocivi, quindi, che in alcuni casi finiscono nelle case di impiegati e operai. I lavoratori dell’Ilva, infatti, possono scegliere di inviare gli indumenti a una lavanderia – pagando 1 euro a settimana – oppure di lavarli personalmente portandoli a casa mettendo così a rischio la salute dei propri familiari.

IL REPARTO COKERIA – Del resto il reparto cokeria è considerato uno dei più inquinanti dell’Ilva. Eppure secondo gli ultimi dati dell’Arpa Puglia, l’aria che vi si respira è di gran lunga migliore di quella che si respira nel quartiere Tamburi. Dopo i dati diffusi qualche mese fa dall’agezia regionale per la protezione ambientale, infatti, emerse che la media di giugno e luglio registrata dalla centralina di rilevazione del reparto Cokeria era di 12 nanogrammi a metro cubo mentre quella posizionata nel quartiere Tamburi nello stesso periodo registrava una media di 16 nanogrammi a metro cubo. “Come è possibile – chiese l’associazione Peacelink, in un comunicato a firma di Alessandro Marescotti – che la qualità dell’aria nella cokeria sia migliore di quella del quartiere Tamburi di Taranto? Il dato del monitoraggio all’interno dell’Ilva è sconcertante”. Una parziale risposta alla vicenda giunse dalle parole di Edo Ronchi che in una riunione con Wwf, Legambiente e Greenpeace spiegò che quei dati della cokeria potevano non essere attendibili  per un anomalo posizionamento della centralina di rilevamento. “L’idea che abbiamo noi – disse Ronchi durante la riunione – è che la centralina delle cokerie è stata messa in una corrente, in uno spiffero d’aria mettiamolo così, ed è anche troppo bassa”.

LA REPLICA DELL’AZIENDA – Contattata da ilfattoquotidiano.it, l’Ilva spa attraverso l’ufficio comunicazione ha spiegato che “l’igiene dei locali utilizzati sia come mense che come refettori è assicurata mediante scrupolosa pulizia degli stessi e procedure che ne normano l’accesso. Sempre nell’ottica del miglioramento continuo delle condizioni di salute e sicurezza, l’azienda è anche intervenuta a livello organizzativo con variazioni utili a tal fine”. In merito alla vicenda dell’esposizione a “sostanze cancerogene” Ilva ha precisato che “su questo punto c’è da precisare che l’esposizione ad agenti pericolosi del personale di cokeria non è il risultato di un’anomalia tecnica, ma rientra nel concetto di ‘esposizione professionale’ normata dal D.Lgs. 81/08 e smi. Tale esposizione risulta fisiologicamente connessa al processo anche a valle delle misure poste in essere dall’azienda per l’adeguamento ai migliori standard tecnici nonché a seguito delle prescrizioni AIA. Ilva – si legge ancora nella nota inviata alla nostra redazione – nel rispetto di quanto previsto dalle norme, assicura ai lavoratori professionalmente esposti, a seguito della valutazione dei rischi, adeguata formazione/informazione per lo svolgimento dell’attività, nonché la distribuzione di idonei dispositivi di protezione e la prevista sorveglianza sanitaria, al fine di tutelare la sicurezza e la salute di tutti gli operatori interessati”.

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