Da oltre un mese, la popolazione di Bengasi è sotto le bombe. Di nuovo. Ma stavolta non sono quelle della Nato o di Gheddafi.

Il 16 maggio il generale in pensione Khalifa Haftar ha lanciato l’offensiva militare chiamata “Operazione dignità” contro Ansar al-Sharia e altri gruppi armati islamisti. Una missione di ricerca di Amnesty International, appena rientrata da Bengasi, ha documentato numerosi casi in cui civili estranei ai combattimenti sono stati feriti o uccisi e in cui attacchi imprecisi o diretti volontariamente contro obiettivi civili hanno centrato abitazioni private e strutture mediche.

Il 2 giugno, dopo l’attacco di Ansar al-Sharia contro un obiettivo militare, le forze speciali agli ordini del generale Haftar hanno reagito allargando il fronte degli scontri ai quartieri di Tabalino e al-Kish, colpiti da missili Grad, proiettili di mortaio e d’artiglieria e raffiche mitragliatrice. Una donna, Afiya Ibrahim Ahmad, è stata uccisa da una pallottola vagante mentre era sul balcone di casa. ‘Ala Mohamed Belashar, autista di un’ambulanza, è morto mentre si stava recando a soccorrere dei feriti. Stessa fine per Ali Saleh al-Slini, che, a piedi, era accorso a fornire le prime cure ai superstiti di un bombardamento. L’ospedale Ibn Sina è stato centrato più volte e i reparti maternità e terapia intensiva sono stati resi inagibili. Gli altri ospedali della zona si sono riempiti di feriti, tra cui donne e bambini.

Il 5 giugno un missile Grad ha abbattuto un palazzo nel quartiere di Benina, uccidendo Fathi al-Hamdi al-‘Aqili e suo figlio di 10 anni e ferendo numerose persone. Per loro disgrazia, il quartiere ospita una base aerea dalla quale partono gli elicotteri da combattimento del generale Haftar. È dunque probabile che il missile Grad sia stato lanciato da uno dei gruppi armati islamisti.

Quello stesso giorno, i combattimenti  nelle zone di Sidi Faraj e al-Qawarshah hanno danneggiato altre abitazioni, fattorie e raccolti e seminato morte tra il bestiame. Ad al-Hawari, una fattoria requisita da Ansar al-Sharia è stata colpita più volte, insieme alle abitazioni circostanti, compresa quella di Hussein Abdelmajid Abu Baker al-Barasi: un Rpg è entrato dalla finestra del bagno ed è per puro caso che i suoi due figli, rispettivamente di un anno e quattro mesi, si siano salvati.

Hussein Abdelmajid Abu Baker al-Barasi è un cittadino libico che ha ancora fiducia nello stato di diritto e nel funzionamento delle istituzioni: “Alla seconda volta in cui mi hanno centrato casa, sono andato alla polizia per sporgere denuncia. Ma mi hanno detto che i giudici hanno sospeso le loro attività. Non c’è più alcun governo a Bengasi. Non mi resta che andare ogni giorno a vedere se la mia casa e la mia cantina hanno subito altri danni”.

Il destino più beffardo è quello dei tawargha, la popolazione vittima della pulizia etnica postbellica. A causa degli scontri nella zona di Bengasi, almeno 550 di loro hanno dovuto lasciare le loro tende e rifugi di emergenza per essere reinsediati nel campo di al-Hillis e in quello allestito nella scuola di Qar Younes, già sovraffollati e allo stremo.

PS Sempre a proposito di Bengasi, Amnesty International ha sollecitato il governo degli Usa a garantire l’incolumità fisica e il pieno accesso a un avvocato nei confronti di ad Ahmed Abu Khattalah, il comandante di Ansar al-Sharia catturato dalle forze statunitensi il 15 giugno perché sospettato del sanguinoso attacco alla missione diplomatica Usa a Bengasi nel 2012, in cui erano morte quattro persone. Nel momento in cui scrivo, l’uomo potrebbe trovarsi a bordo di una nave militare statunitense in attesa di essere trasferito negli Usa, dove un tribunale federale potrebbe condannarlo a morte. 

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