Il 23 ottobre ha segnato il secondo anniversario della data in cui la Libia è stata dichiarata ufficialmente libera dal regime di Gheddafi.

La guerra, insomma, è finita da due anni. Ma non per tutti. 

Non per i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati, detenuti a migliaia nei “centri di trattenimento” dove si praticano torture anche mortali. Nonostante questo, l’Unione europea e i suoi stati membri stanno assistendo il governo di Tripoli nel rafforzamento della sicurezza alle frontiere e nello sviluppo di “una strategia integrata di gestione delle frontiere” allo scopo di contrastare “l’immigrazione illegale” verso l’Europa alle spese dei diritti umani. Il governo Letta e quello Monti che lo ha preceduto hanno sottoscritto con le nuove autorità libiche accordi di contenuto analogo a quello del 2008 tra Berlusconi e Gheddafi.

La guerra non è finita neanche per i 65.000 sfollati interni: membri della tribù mashashya delle montagne di Nafusa, abitanti di Sirte e Bani Walid, tuareg di Ghadames (accusati di aver protetto nascosto Gheddafi) e soprattutto i tawargha, libici neri.

Nella seconda metà del 2011 l’intera popolazione di Tawargha, circa 40.000 abitanti, è stata cacciata da gruppi armati provenienti da Misurata che l’hanno accusata di aver sostenuto il governo del colonnello Gheddafi.

Oggi, Tawargha è una città fantasma. I combattenti anti-Gheddafi, cercando vendetta per i crimini di guerra subiti a Misurata e attribuiti alla comunità tawargha, hanno saccheggiato e incendiato le abitazioni. Nei mesi successivi alla fine del conflitto, la caccia al tawargha è proseguita così come gli arresti arbitrari, le torture e le uccisioni. Ancora oggi, i tawargha subiscono discriminazioni, rapimenti, minacce e azioni di rappresaglie da parte delle milizie.

Oltre 1300 tawargha risultano dispersi, detenuti o vittime di sparizioni forzate, soprattutto a Misurata. Quelli che vengono portati nei centri di detenzione gestiti dalle milizie sono sottoposti a maltrattamenti e torture, come le scariche elettriche, le frustate e i pestaggi coi tubi dell’acqua. 

Altre centinaia di detenuti tawargha, bambini inclusi, si trovano nelle prigioni di stato da oltre due anni, senza accusa né processo, in condizioni misere, senza cure mediche adeguate né visite regolari dei familiari. I parenti dei tawargha in carcere temono rappresaglie ogni volta che si recano a Misurata. Nella prigione di al Wahda, sempre a Misurata, Amnesty International ha scoperto nove minorenni detenuti senza accusa da quando nel 2011 erano stati rapiti. 

Molti tawargha incontrano difficoltà nell’ottenere i documenti necessari dalle autorità di Misurata per proseguire gli studi superiori. Le famiglie dei dispersi non ricevono assistenza economica, a quanto pare per il solo fatto di essere percepiti come alleati del colonnello Gheddafi.

Amnesty International ha chiesto alle autorità libiche di rilasciare tutti i tawargha detenuti senza alcuna accusa e di adottare misure immediate per garantire la loro incolumità e la fine della discriminazione ai loro danni. Accanto a questi provvedimenti rapidi, sarà necessario trovare una soluzione duratura che consenta la ricostruzione di Tawargha e il rientro di chi vorrà ricominciare la sua vita. 

L’unica possibile buona notizia, in questo scenario tetro, è che il Congresso nazionale dovrebbe votare a breve una Legge sulla giustizia transitoria. Il testo contiene una serie di misure per ottenere verità, accertamento delle responsabilità e riparazioni per le vittime delle violazioni dei diritti umani perpetrate durante e dopo il regime di Gheddafi. La legge, in attesa del voto finale, istituisce una Commissione d’accertamento dei fatti e per la riconciliazione che dovrebbe, tra le altre cose, affrontare la situazione degli sfollati interni senza discriminazione. 

L’adozione di questa legge potrebbe essere il primo passo concreto verso la giustizia per i tawargha e per altre comunità di sfollati. Una volta adottata, le autorità dovranno garantire che la Commissione avrà le risorse e le misure di protezione necessarie per portare avanti i suoi lavori in modo imparziale, al riparo dalle minacce, dalle pressioni dell’opinione pubblica e dagli attacchi delle milizie. Non farlo significherebbe mettere in pericolo i modesti risultati conseguiti dalle vittime nella lotta per la verità e la giustizia e trasformerebbe la legge in un altro fallimento.