Il dibattito attorno ai “sistemi locali del cibo” ha finalmente superato la fase embrionale e sembra altresì lanciato oltre i confini della moda passeggera.

La riflessione sul significato di “cibo locale”, in città come in campagna, e il confronto sui modelli da adottare per costruire reti locali di produttori, cuochi, cittadini/consumatori, impegna comunità del Senegal come della Repubblica Ceca, fa crescere progetti a Milano come a Portland.

E’ sorprendente costatare la straordinaria vicinanza dei temi, dei problemi, degli approcci, che uniscono idealmente i contadini africani a quelli canadesi, i cuochi del Nord Europa a quelli sudamericani. Il futuro del cibo si giocherà anche e soprattutto in questo ambito: quanto più saremo capaci di riconnettere, in seno alla nostra comunità, la produzione e il consumo del cibo, tanto più saremo in grado di dare risposte efficaci ai tanti quesiti che si addensano sul nostro domani, non solo alimentare. Già, perché attraverso la lente del cibo possiamo indagare – meglio che con altre mediazioni – il mondo in cui viviamo, questa grande crisi e le sue cause, le possibili soluzioni a nostra disposizione.

E’ importante in questa fase non cascare nella trappola di chi ci dice che questi scenari sono utopici, irrilevanti da un punto di vista economico, o peggio ci riportano a un passato di miseria e verso un’improbabile scelta di autarchia che è evidentemente impossibile da praticare nel mondo iper globalizzato in cui viviamo. Le comunità che lavorano per costruire questi sistemi alimentari su scala locale sono composte da persone tutt’altro che ingenue e sprovvedute. Noi di Slow Food abbiamo la fortuna di toccare con mano la consistenza dei loro pensieri e dei loro progetti, grazie alla straordinaria rete che in questi anni è cresciuta attorno alla nostra filosofia, in particolare dentro al grande mondo di Terra Madre, il network planetario di comunità del cibo che con sempre maggiore forza influenza la nostra visione e contribuisce a costruire la nostra agenda.

Certo non troveremo tutte le risposte in casa nostra e meno che mai vogliamo pensare questo (d’altronde noi per primi ci siamo fatti promotori della nascita di un movimento enogastronomico planetario, che non si pone confini e trova forza proprio nell’essere globale). Tuttavia è ormai evidente che l’energia messa in campo da migliaia di comunità in giro per il mondo, che difendono pezzi della loro biodiversità, fanno rinascere mercati contadini, creano gruppi d’acquisto, recuperano antichi (eppur modernissimi) mestieri, sarà uno dei motori principali del cambiamento che vivremo negli anni a venire.

Farne parte è un’esperienza avvincente e appassionante, ma anche allo scettico consiglio almeno di approfondirne la conoscenza e non ignorarne l’enorme potenziale e la grandissima creatività. Nessuno immaginava che da pochi comitati di cittadini giustamente arrabbiati per la cattiva gestione dei loro acquedotti privatizzati, sarebbe nata la più grande avventura referendaria degli ultimi 30 anni: il movimento che sta crescendo attorno all’idea di “mangiare locale”, pur con le dovute differenze, mi ricorda tanto quella bella storia.

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