Con un caloroso commiato Francesco Alberoni si è congedato dal Corriere della Sera, che ospita la sua rubrica del lunedì dal lontanissimo 1973 (con una parentesi a Repubblica). L’articolo di saluto è stato il più visitato del sito del Corriere e i commenti facevano più o meno tutti così: “Maestro, ci consoleremo con i baci Perugina, dove all’interno è possibile ritrovare il condensato del suo ‘pensiero’”. Basta scorrere i titoli dei suoi articoli per rendersi conto di quanto fosse invecchiata e ripetitiva la rubrica: “L’elasticità che serve per essere un buon capo, chi guida un’impresa deve saper fare gioco di squadra”.

Oppure: “Basta poco per scordare il bene e trasformare l’amore in odio: i divorziati cancellano i periodi felici per ricordare solo i torti”. E ancora: “Il sogno del buon cittadino: una vita ordinata e solidale”. Ode alla banalità, lo hanno detto in molti, ribadirlo è superfluo e soprattutto rischia di far cadere il critico nello stesso errore dell’oggetto della critica: l’ovvietà. Ha scritto il sociologo nel suo addio al Corriere: “Non ho mai attaccato o deriso nessuno, ho sempre cercato di capire le ragioni del comportamento umano convinto che, quando conosciamo noi stessi, possiamo cambiare o migliorare”. Affermazione che ha una doppia lettura: non ha mai dato fastidio a nessuno. Di solito gli scomodi non finiscono nel cda Rai o alla presidenza di Cinecittà, né sulla soglia degli 80 anni alla guida del Centro sperimentale di cinematografia. La seconda lettura invece rivela uno sguardo non arrogante nei confronti delle persone. I suoi best-seller (tra i molti, Innamoramento e amore del 1979) sono stati tradotti praticamente in tutto il mondo: di questo – entusiasti o detrattori – è giusto prendere atto, senza puzza al naso. “Pubblico e privato”, a quasi quarant’anni di distanza, sono categorie radicalmente mutate. Soprattutto si è trasformato il loro rapporto reciproco. Parlare di erotismo e amore non è più socialmente significativo, tantomeno rivoluzionario.

Certo non sostenendo che “femmine e maschi cercano di comportarsi come se fossero uguali mentre invece, sul piano erotico, sono diversissimi” (Pubblico e privato, 19 settembre scorso). Oggi, questo titolo, si presterebbe a ben più interessanti riflessioni, visto il continuo sconfinamento – è l’esempio più lampante – di una politica sempre più spregiudicata che ha smarrito completamente l’idea della res pubblica. Ferruccio de Bortoli, direttore del Corriere della Sera, in calce al saluto di Alberoni, ha lasciato uno stringato ringraziamento: “Caro Franco, grazie per tutti questi, straordinari, anni e auguri per i tuoi nuovi impegni”. Normale scadenza contrattuale di un rapporto ormai logorato.

Già un paio d’anni fa si parlava dell’addio di Alberoni e diversi direttori (molti tra i ringraziati dal professore) hanno cercato di staccare la spina. Ma Rcs ha anche una divisione libri, e perdere uno degli autori più venduti avrebbe causato un danno. Così, tra una trattativa e l’altra (per Rizzoli pubblica anche la moglie, Rosa Giannetta), Alberoni è arrivato fin qui. I prossimi impegni cui accenna il non affranto De Bortoli sono quasi certamente Il Giornale di Berlusconi (si dice abbia già firmato per una rubrica). Parabola strana (avrà chiesto consiglio a Forattini?) per uno che nel 1968 ha fondato la Facoltà di Sociologia a Trento e si potrebbe serenamente concedere, all’alba degli 82 anni, di uscire di scena con eleganza. L’età è una spia, specie nel paese dei giovani fino a cinquant’anni. Più di questo però, vale l’incapacità di dire qualcosa di nuovo.

Il Fatto Quotidiano, 27 settembre 2011

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