La reazione americana è muscolare. Senza sotterfugi e senza arzigogoli. Il 20 agosto Clinton dice finalmente sì. E 75 missili ‘cruise’ vengono scagliati da un sottomarino al largo del Mar Rosso sul campo di Khost, in Afganistan provocando la morte di 21 volontari pachistani. Per il presidente americano è un flop. Bin Laden se la ride, lui non è lì, ma a 150 chilometri di distanza, senza più il suo telefono satellitare, ormai buttato alle ortiche: si sa, quegli apparecchi emettono segnali che rendono facilmente rintracciabile l’origine delle chiamate. È stato proprio lo ‘sceicco’ a mettere su una falsa pista gli informatori degli americani segnalando la sua presenza a un meeting a Khost. Facendosi così beffe dell’organizzazione spionistica più forte del mondo con i suoi 23 mila dipendenti.

A George Tenet non rimane che affidarsi a chi Bin Laden lo conosce bene: Cofer Black, l’agente della Cia in Sudan, viene nominato direttore della sezione antiterrorismo. La situazione è disperata. I 25 agenti dell’unità Bin Laden sono frustrati. Derisi e giudicati dagli altri colleghi come dei fissati che vedono Bin Laden dappertutto, non sanno più che fare, quale rotta imboccare. Black capisce subito dove intervenire. La Cia è debole perché non riesce a penetrare Al Qaeda, non ha fonti vicine alla cerchia ristretta degli amici di Bin Laden. Quindi le informazioni non arrivano. E, quando arrivano, ‘sembrano sempre in ritardo di un giorno o due rispetto ai movimenti di Bin Laden’. Inoltre, e questo complica maledettamente la faccenda, Kandahar è la roccaforte militare dei talebani, pronti a difendere il ricco arabo da qualunque attacco.

È così che nell’estate del 1999 la Cia punta sull’unica persona in grado di contrastare Bin Laden: il suo peggior nemico, Ahmed Massud, il leggendario guerrigliero tagiko, comandante dell’Alleanza del Nord che da anni combatte contro i talebani. Non rimane che puntare su di lui. Che ne pensa la Casa Bianca? I consiglieri di Clinton arricciano il naso, non apprezzano le storie che circolano su Massud e su traffici di droga e violazioni dei diritti umani all’interno del suo movimento. La nuova, possibile pista viene messa da parte. Oppure rimane sospesa al settimo piano di Langley, in Virginia, dove i capi della Farm hanno i loro uffici. Ma il 9 settembre 2001, due giorni prima dell’attacco sulle Torri Gemelle di New York e sul Pentagono di Washington, il comandante Massud viene ammazzato da due uomini di Al Qaeda travestiti da giornalisti con passaporto belga. È il crollo. Tutti gli schemi elaborati fino a quel momento vengono buttati nel cestino.

28 febbraio 2004. Radio Teheran annuncia: ‘Osama Bin Laden è stato fatto prigioniero‘. Potrebbe essere attendibile perché si tratta della stessa radio che per prima ha anticipato la notizia della cattura di Saddam Hussein nel dicembre 2003. Invece è una bufala, smentita da pachistani e americani, frutto della pressione esercitata nell’area dove si pensa che Osama Bin Laden si sia rifugiato insieme al suo vice Ayman Zawahiri e all’ex leader dei talebani, il Mullah Omar. È, ancora, frutto dell’assedio nel Waziristan: non più di 15-16 chilometri quadrati di montagne altissime e rocciose, riconosciute dalla Cia interpretando le immagini dell’ultimo video diffuso da Bin Laden nel settembre 2003. Sono posti quasi inaccessibili, difficili da raggiungere e da sorvegliare. Posti, inoltre, dove le locali tribù pashtun, che si sentono autonome da Islamabad e non ne seguono le leggi, simpatizzano per Al Qaeda e danno rifugio a Bin Laden e ai suoi multietnici combattenti: arabi, uzbechi, ceceni ed altri.

Chi li insegue sono gli elementi più addestrati degli Stati Uniti: gli uomini della Task Force 121, il commando speciale costituito per dare la caccia a Saddam Hussein e formato da uomini dell’esercito, della Cia, della Delta Force e dei Seals, le truppe d’assalto della marina. Hanno un incarico: prendere Bin Laden, vivo o morto, secondo le nuove direttive approvate dal presidente Bush nel febbraio 2004. Regista dell’operazione «mountain storm», tempesta in montagna, il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, che l’ha spiegata durante il suo sopralluogo in Afganistan in mezzo a undicimila soldati. Per intrappolare Bin Laden, la sua strategia prevede che americani e pachistani lavorino insieme con la tattica ‘anvil and hammer’, cioè incudine e martello. Prevede anche che i militari non facciano più raid improvvisi per poi tornare indietro alla base, ma siano distaccati in vari luoghi, rimanendovi un po’ di tempo per raccogliere informazioni dai leader locali. Di più. Per dare l’impressione della morsa il generale Pervez Musharraf, presidente del Pakistan, ha dislocato 70 mila soldati lungo gli oltre duemila chilometri di montagne che confinano con l’Afganistan per fermare le infiltrazioni di Al Qaeda. Risultato: bloccate 500 persone dall’11 settembre 2001 fino ai primi tre mesi del 2004. Una simile collaborazione pachistana, dopo le reticenze del passato, si giustifica. Prima di tutto il generale Musharraf è salvo per miracolo: nel dicembre 2003 due tentativi di omicidio da parte di integralisti erano andati a vuoto. Secondo: gli Stati Uniti erano irritati con lui da quando lo scienziato pachistano Ahmed Qadeer Khan aveva confessato di aver venduto tecnologia nucleare a ‘Paesi canaglia’, come Libia e Corea del Nord. Morale: il generale non può alzare troppo la testa.

Ma c’è un altro, solido argomento che potrebbe contribuire a rendere più malleabili i capi tribù pashtun: i soldi. Dal marzo 2004 il Congresso americano ha deciso di raddoppiare la taglia su Bin Laden, da 25 a 50 milioni di dollari (di 25 milioni resta sempre quella posta su Zawahiri). E gli uomini della Cia, con il portafoglio gonfio, possono permettersi di girare tra i villaggi a sud del Waziristan offrendo compensi. È grazie a qualche soffiata che a metà marzo centinaia di pachistani, appoggiati dal fuoco dell’artiglieria e da elicotteri da combattimento, si sono sparpagliati ad Azam Warsak, Shin Varsak e Kaloosha pensando di trovarvi Ayman Zawahiri. A dire il vero, questo nome ufficialmente non è mai venuto fuori, perché il generale Musharraf, intervistato dalla Cnn, si è limitato ad affermare che stavano cercando ‘un obiettivo importante’. Meno reticente è apparso Cofer Black: ‘Le operazioni sono in corso e la differenza tra tornare a mani vuote e mettere le mani su (Bin Laden) e Zawahiri è modesta’. Ancora più esplicito il generale David Barno, comandante delle forze americane in Afganistan, che su Bin Laden e sul Mullah Omar si è spinto a dichiarare: ‘Quest’anno per loro suonerà la campana a morto’.

The Big Catch‘, la preda, è allora vicina? È possibile, anche se il Waziristan non è piatto come l’Iraq di Saddam Hussein e in quelle montagne scoscese è più facile nascondersi. E poi nel novembre 2004 negli Stati Uniti ci sono le elezioni politiche. Per Bush è l’ultima chance di vincerle dopo la guerra contro Bagdad e lo scandalo delle torture: portare a casa Osama Bin Laden. Vivo o morto. Per il momento però il 3 giugno il presidente americano ha annunciato le dimissioni del capo della Cia, Tenet.

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Bin Laden, la storia della caccia
a “The Big Catch”: la grossa preda

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