Romana Blasotti Pavesi ha 82 anni e la scorza dura. L’ho incontrata l’altro giorno, alla libreria Rinascita di Roma, già sufficientemente edotto della sua storia: il marito Mario, la sorella Libera, il nipote Giorgio, una sua cugina Anna e la figlia Maria Rosa, le sono stati strappati via da tumori incurabili. In comune, queste persone, non avevano solo Romana, ma anche l’amianto, che a Casale Monferrato, nell’alessandrino, dove la donna vive da sempre, dal 1906 ha un solo nome: Eternit.

Romana Blasotti Pavesi, assieme ai sindacalisti Bruno Pesce e Nicola Pondrano, è tra i principali animatori della battaglia processuale che vede alla sbarra a Torino, per disastro ambientale doloso, i responsabili della multinazionale dell’amianto. I proprietari del colosso industriale svizzero, sono accusati di aver provocato (consapevoli dei rischi che le fibre d’amianto hanno sul sistema respiratorio) la morte di 1600 persone e un’ondata di tumori che avrà il suo picco nel 2020, vale a dire 34 anni dopo la chiusura della fabbrica di Casale, avvenuta nel 1986.

La controparte di Romana sono i discendenti Schmidheiny, Stephan e Thomas, e il barone belga Louis de Cartier de Marchienne. Sono rimasto colpito, nel leggere la biografia di Stephan Schmidheiny, che l’uomo è stato consigliere di Bill Clinton, rappresentante Onu per lo sviluppo sostenibile, docente di globalizzazione in università pontificie, fondatore del consiglio mondiale commerciale per lo sviluppo sostenibile, ideatore della Swatch, azionista dell’Ubs e della Nestlè, filantropo pluripremiato e recordman di beneficenza con 1,5 miliardi di dollari versati per questa o quella causa (le notizie le ricavo dal libro presentato a Rinascita l’altro giorno, La lana della salamandra, di Giampiero Rossi, edizioni Ediesse). Dovendo riassumere, Romana ha contro un ricco e potente “ambientalista”.

Sono anni che i casalesi, guidati da questa combattiva presidente dell’associazione vittime dell’amianto, conducono la loro battaglia. Per adesso hanno ottenuto la chiusura della fabbrica (1986), la messa al bando dell’amianto (1992), l’iscrizione dell’asbestosi e dei mesoteliomi come “malattie professionali” (1994) e la creazione di un fondo per le vittime (che però, con legge tutta italiana, finisce per coprire solo i lavoratori e non gli abitanti delle zone “infestate” dalle fibre, che si ammalano e muoiono allo stesso modo degli altri per asbestosi e mesoteliomi).

E’ incredibile pensare che queste poche persone siano riuscite a compiere una battaglia di consapevolezza e di civiltà epocali. Forse sarebbe stato utile, ai ragazzi di San Precario arrivati a protestare con la segretario della Cgil Susanna Camusso per alcune vertenze interne alla contruattalizzazione dei lavoratori della libreria Rinascita, ascoltarla questa storia. E imparare dalla forza gentile di Romana.

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