In questa estate povera di notizie c’è almeno un tema di cui vale la pena discutere: il modo di affrontare il flusso dei migranti che arrivano dalla Libia e le scelte del governo, o almeno del ministro dell’Interno Marco Minniti. Questo dibattito, però, ha un vizio di fondo: considerare i singoli provvedimenti uno per volta invece che come parte di una strategia.

Il codice di condotta per le ong impegnate in operazioni di “ricerca e soccorso”, per esempio, viene raccontato come un’ingerenza inaccettabile dell’esecutivo che vuole controllare organizzazioni umanitarie che fin dal nome sono “non governative”, oppure come una sacrosanta riaffermazione della sovranità dello Stato su una materia così tipicamente di sua competenza come il controllo delle frontiere. Eppure questo scontro tra “umanitari” e “realisti” è assai sterile se si limita al tema specifico del codice.

Con il collega Giampiero Calapà siamo stati al Viminale per intervistare il ministro Minniti. Il personaggio può anche infastidire, con la sua granitica certezza di essere nel giusto, ma ha una strategia. Si fonda sulla ricostruzione della Libia, con un’opera di “State building” o “Institution building” che assomiglia a un colonialismo al contrario, rimettere in sesto un Paese che non esiste più. Perché soltanto il suo recupero di sovranità è la nostra garanzia di tranquillità.

Questo processo richiede molti passaggi: bisogna tenere in piedi il governo di Al Serraj, legittimato solo dalla comunità internazionale, ma addirittura incompatibile con molte leggi libiche; poi serve un accordo con il generale Kalifa Haftar che controlla militarmente la Cirenaica, ma il dialogo è complicato dal fatto che l’Italia non ha più relazioni diplomatiche con l’Egitto di Al Sisi, sponsor del generale, per il caso Regeni; le tribù del Sud – Tebu e Suleiman – devono collaborare ad arginare i flussi dai Paesi confinanti; servono soldi europei e italiani per dare un’alternativa di sviluppo o almeno di reddito alle città sulla rotta dei traffici che vivono del commercio di esseri umani; la Guardia Costiera libica deve avere le navi e gli stipendi pagati regolarmente in modo che possa combattere gli scafisti invece che dividere con loro i profitti.

Se tutto questo funziona – e ci vorranno anni – il problema dei migranti potrà diventare un problema libico. Da sempre terra di transito ma anche di immigrazione dall’area, la Libia oggi è soltanto uno “Stato fallito” dove ogni racket può prosperare. E quello dei migranti è il più lucroso. Bisogna ricostruire le istituzioni e fare in modo che il governo di Serraj controlli il territorio.

Fin qui tutto bene, ma dove sono i compromessi morali? Eccoli. La Libia non ha mai firmato la convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, quindi in Libia non si può chiedere asilo. I migranti vengono messi in carcere, non esiste nulla di paragonabile a una “politica dell’accoglienza” anche se il Paese è uno snodo cruciale della regione. Una parte di queste carceri sono gestite dal governo, altre da milizie, altre direttamente dai trafficanti, l’Onu riesce ad accedere solo ad alcune e può aiutare solo pochissime persone. L’Italia però ha bisogno che i migranti restino in Libia e non partano. E’ disumano? Forse, di sicuro più fragile è lo Stato libico, peggiori saranno le condizioni nelle carceri. Maggiore l’anarchia, minori le tutele.

E arriviamo alle ong. La linea di Minniti è un po’ diversa dalle lamentazioni di Renzi e Alfano sull’Europa che non ci aiuta: se l’Italia resta sola a gestire la questione migranti, con la Commissione Ue incapace di sostenerci e la Francia interessata solo a guadagnare influenza sulla Libia, deve essere molto chiaro che le regole le stabiliamo noi. Per tutti. Poiché il governo si è trovato, suo malgrado, a dover gestire la regia tanto delle operazioni di salvataggio come della prevenzione delle partenze e delle morti e degli equilibri regionali in Libia, allora tocca al governo comandare. Il codice delle ong nella pratica cambia poco, è soprattutto una prova di forza che stabilisce una primazia, quella del governo – e dunque della politica – sull’autogestione.

Come aveva avvertito il procuratore Carmelo Zuccaro e poi ha ricostruito la Procura di Trapani, le ong non sono complici degli scafisti nel senso che dividono con loro i proventi del traffico, ma finiscono per rappresentare un “pull factor”, un fattore attrattivo. I loro interventi a ridosso delle coste libiche azzerano il rischio d’impresa dei trafficanti che possono offrire ai propri “clienti” un pacchetto di viaggio con la garanzia di sopravvivere alla traversata (era molto più rischioso arrivare fino a Lampedusa) e sono al riparo da ogni conseguenza giudiziaria in Italia, visto che il loro lavoro si esaurisce nelle acque libiche. Le ong sono per loro un utile diaframma e sanzionare le eccessive prossimità è molto difficile perché le operazioni di recupero dei migranti sui barconi sono tutte coordinate dalla Guardia costiera italiana. E dunque lo scaricabarile di responsabilità molto semplice da praticare.

Se l’Italia vuole essere credibile in Libia, in Europa e in Francia, insomma, deve riprendere l’iniziativa. Non essere una spettatrice passiva che accetta le condizioni esterne come date e immutabili. E riprendere l’iniziativa significa anche inquadrare le ong nell’ambito di una strategia più complessiva.

Ci sono alternative al metodo che sta seguendo Minniti? Può essere, ma io non le vedo. I due opposti isterismi si limitano agli slogan: “Fermiamo l’invasione” o “facciamoli entrare tutti per salvarli”. Entrambe le posizioni non portano ad alcuna politica percorribile. Arrestare il flusso senza gestirlo, senza spendere (miliardi di euro, non milioni) in Nord Africa, è impossibile. E creare un corridoio umanitario per i rifugiati non risolverebbe la questione dei migranti economici che hanno tutto il diritto di cercare una vita migliore, ma dovrebbero comunque rivolgersi ai trafficanti.

L’errore peggiore che possiamo fare è discutere soltanto dei mezzi – il codice delle ong – e perdere di vista il fine, cioè arginare il flusso di persone che attraversano il Mediterraneo, 117.000 più 2420 morti solo nel 2017, e possibilmente aiutarle a trovare un equilibrio che sia il meno peggio possibile. Che non sarà mai il nostro benessere, la nostra qualità della vita o la nostra sicurezza.

Perché il nostro benessere, la nostra qualità della vita e la nostra sicurezza sono costruite anche a spese loro, di chi vive in Nigeria, in Libia, in Chad, in Niger o in Mali e ci consegna le risorse naturali del luogo o semplicemente fa da scudo umano contro l’Isis o altri estremismi.