di Alberto Claudio Sciarrone

Le celebrazioni della domenica delle palme in Egitto sono state funestate da due attentati che hanno colpito le chiese copte di Tanta ed Alessandria, causando decine di morti e feriti. Tuttavia gli attacchi alla minoranza copta, che rappresenta circa il 10% della popolazione egiziana ed è la comunità cristiana più grande nel Medio Oriente, non sono una novità dal momento che dal 2013 ne sono stati effettuati 37, cioè quasi uno al mese, come ha affermato il papa copto Teodoro II.

Gli ultimi attentati hanno permesso al presidente egiziano Al-Sisi di varare misure urgenti, tra le quali vi è l’applicazione dello stato di emergenza per tre mesi per la prima volta dall’adozione della nuova Costituzione del 2014. Quest’ultima impone dei limiti al capo di Stato nel dichiarare tale provvedimento che, una volta attuato, può essere esteso per altri tre mesi solo con una maggioranza parlamentare di due terzi.

Una delle principali richieste della “primavera araba” in Egitto era proprio l’abolizione dello stato di emergenza, imposto dal presidente Hosni Mubarak a seguito dell’assassinio del suo predecessore Sadat. Questa misura, attiva dal 1981, è stato rinnovata negli anni con la motivazione di combattere la minaccia del terrorismo, per poi essere revocata solo dopo la caduta del regime di Mubarak. Lo stato di emergenza conferisce ampi poteri alle forze di sicurezza, sospende il diritto alle manifestazioni di ogni genere e limita le libertà di opinione, di riunione e di stampa.

Diverse sono le opinioni sul provvedimento di Al-Sisi: il dottor Salah Fawzi, professore di Diritto costituzionale presso l’Università di Mansura, ha dichiarato al quotidiano Misr Al-Arabia che questo contribuirà in modo significativo alla riduzione del terrorismo. Di tutt’altro avviso è invece il partito Socialdemocratico egiziano che, tramite le parole del suo membro Mohammed Arafat, ha affermato che questa misura potrebbe invece causare un effetto contrario poiché “gli atti terroristici in alcuni casi sono aumentati con la presenza dello stato di emergenza“.

Dall’ascesa al potere di Al-Sisi con un colpo di Stato nel 2013, la condizione dei diritti umani è andata sempre più deteriorandosi in Egitto: secondo i dati delle organizzazioni sui diritti umani circa 60.000 persone sono state imprigionate tra il 2013 e il 2017. Inoltre sono aumentati i casi di tortura nelle prigioni e le sparizioni, che secondo Amnesty International ammonterebbero a 3-4 casi al giorno dal 2015 al 2016 (ed il numero potrebbe anche essere maggiore poiché molte famiglie non denunciano le scomparse per paura di ritorsioni). L’Arab Network for Human Rights Information afferma che lo stato di emergenza non è stato attuato per rafforzare la sicurezza nel paese ma piuttosto per “sopprimere la libertà di opinione, di espressione e credo, e i diritti umani”. Il direttore del Cairo Institute for Human Rights Studies (CIHRS), Bahey eldin Hassan, ha criticato le mosse di Al-Sisi, la cui priorità è secondo lui combattere attivisti laici, giornalisti, gruppi islamici pacifici che si oppongono al suo regime piuttosto che la lotta al terrorismo.

Lo stato di emergenza è dunque l’ennesima mossa utilizzata da Al-Sisi per attuare questo piano: nel 2013 è stata approvata una legge che vieta manifestazioni contro il governo e tre anni dopo una nuova legge ha creato un consiglio supremo per controllare i media, con la facoltà di revocare le licenze e multare e sospendere le trasmissioni e le pubblicazioni che screditano il regime.

Con gli attentati di Tanta e Alessandria Al-Sisi sta sfruttando la situazione di paura che si è venuta a creare dopo questi ultimi per alimentare una strategia di tensione, accentrando ancora di più il potere nelle sue mani. Il presidente egiziano non nasconde la sua volontà di reprimere il suo principale nemico, i Fratelli Musulmani, che vorrebbe definitamente etichettati come organizzazione terroristica dalla comunità internazionale. Uno degli obiettivi del viaggio negli Stati Uniti era questo, ma nonostante l’esito negativo Al-Sisi ne è uscito rafforzato a livello internazionale grazie al ruolo di primo piano assegnatogli dal presidente americano, Donald Trump, nello scacchiere mediorientale.

La “primavera araba” egiziana è sfociata in una dittatura al potere ancora più cruenta e feroce di quella di Mubarak. Il popolo egiziano saprà risollevarsi da questa situazione? Lo scrittore egiziano Ala Al-Aswani ha scritto nel suo libro On the State of Egypt, A Novelist’s Provocative Reflections, pubblicato subito dopo la rivoluzione del 2011: “Gli egiziani sono come cammelli: possono subire percosse, umiliazioni e soffrire la fame per molto tempo, ma quando si ribellano lo fanno improvvisamente e con una forza che è impossibile da controllare”.